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Giancarlo Natale


L’n messe ite

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Biassa: i nomi, i luoghi, le voci del passato


 
Biassa nella toponomastica

Oggi gran parte dei campi di Biassa sono incolti; i castagni prima coltivati si sono ora inselvatichiti, arrivando a lambire il paese e occupando i rigogliosi orti di un tempo. Il leccio ha invaso le piane nella parte alta di Tramonti, mentre le bassure stanno franando a mare. Questi stessi boschi sono stati invasi dai rovi e da cespugli e divenuti impraticabili a causa della folta vegetazione che ha cancellato i sentieri.

Da questi boschi un tempo si ricavava la stramaglia, essenziale per l’allevamento animale e per la concimazione dei terreni di Tramonti, per questo erano tenuti puliti, anzi, la gente di Biassa e Campiglia aveva in affidamento anche i terreni di propriet comunale dato che una buona parte dei 208 ettari di propriet del Comune della Spezia si trovano nel territorio di Biassa e Campiglia.

I “termini” di confine, spesso due semplici pietre infisse nella terra, una a fianco dell’altra, dividevano le propriet ed erano tenuti sempre sotto controllo perch poteva succedere che qualcuno tentasse di spostarli in proprio favore. La costituzione del “Circolo Contadini Riuniti” i cui soci vigilavano sui terreni di propriet tramite due canpai (le guardie campestri), avvenne proprio per evitare che fossero commesse infrazioni nei terreni privati e per provvedere alle sanzioni in caso di abuso. Ogni propriet era riconoscibile da un numero che l’intestatario provvedeva a segnalare chiaramente con la calce. Nel 1946 il Circolo contava centotrentadue soci con due guardie giurate: Umberto Bianchini, Agnelun, e Rinaldo Natale, Romano. Le infrazioni pi frequenti erano il tentato spostamento di confine, la raccolta della legna, della stramaglia, delle castagne nelle propriet altrui. Talvolta le pecore o le capre sconfinavano e anche questo era motivo di multa.

I boschi comunali erano invece controllati dai guardaboschi municipali.

Il “Circolo Contadini Riuniti” ha svolto la propria attivit fino al marzo 1958 quando per mancanza di interesse verso i boschi, dovuto ad un certo progresso sociale, non fu pi in grado di funzionare. I guardaboschi comunali rimasero in servizio sino ad esaurimento per limiti di et. I componenti del gruppo operante nei boschi di Biassa e Campiglia dalla fine della guerra al 1988 furono: Nando Maccione, Renato Dauscio, Giulio Gianardi, Mario Sturlese e Carlo Melli, l’ultimo a lasciare il servizio, nel 1989.

Ogni localit di Biassa e Tramonti aveva un nome che la contraddistingueva; molti di questi sono andati perduti sia a causa delle frane sia perch assorbiti o soppiantati da altri toponimi. Ma alcuni ancora si ricordano:

 

Lato Monte Fraschi, Monte Madonna, Telegrafo

Mnte

Santantgnu

Mnte Mgru

Castu

Nagrufa

Fetu

Dbiu

Funtanla

Sciu

Pardi

Pelcu

Castu da ztua

Canpussntu vciu

Snta Maa Madalna

Castu de Cuderni

Da Tre

Lmu

Begana

Cva rssa

‘N se cane

Canivla

Furnse

C di Sassi

C der Curunlu o Pzzo

Cva ngra o Cubila

Dar blicu

Telefrica

Pulta

Muntemadna o Mnte Rosrio

Turin

Vaisla

Curezu

Rca der Curezu

Funtanu

Di rti

Madunta

Frschi

Sciu de Bciu

Scuian

Psa

Crse de fru

Crse de lgnu

Aigan

De ple

Pizza der monumntu

Spedu

Va di spsi

a de Zn

Carteln

a du Gianchtu

Dar frnu

Prdu

Tassunu o Capla

Punttu Nvu

Buztu

 

Lato Monte Santa Croce

Snta Crse

Plua

Gesia

Purcazzi

Ble da frca

Rca di strti

Csta de Sarn

Canu du divu

Gia

Fssu

Tascn (Tre de Vennzio)

Brsi

Custla de Mili

Custla di mrti

Custla de Muntisi

Rca ginca

Rca de stre

 

Lato Monte Verrugoli

Vergua

Sn Martn Vciu

Paradsu

Vsca der Bertlu

Perlu

Cisa

Fate

Csta da sra

Savna

Canpudrmu

Cultu

Cla vcia

Cnpu

Lpiu

 

Lato Monte Bramapane

Bramapn

Cva de Bertn

Merdaa

Cva Bti

Cva der Prte

Rca du trn

Zu du ciapu

Ciapu

Pizu

Castgni grndi

Zu de frse

San Rcu

Grpu

a de Capna

a da pinla

Piazzu da gse

a der Ble

Ble

Cde

Casavcia

Da pina

Muntu

Valta

Ciighu

Balau

a grnde

Va nva

Csta

Deghin

Gbu

Du lanpin

Fussadu

Custu

Saciu

Lgu

Bzu di ste funtani

Capustbile

Di mun

Balau

 

Lato Monte Parodi

Pardi

Da Gri

Abetia

Canan

Mnte Bissa o Castelna de Bissa

Pianla

Rche da Maina

Csta di cani

Piza d’usu

Piza survna

Piza sutna

Csta da Piza

Buzn

Redem

Redem sutn

Ruchte

Cumigu

Pzzu di Sassi

 

 

Mnte (Monte) - La strada mulattiera che collega Biassa con Tramonti raggiunge il passo dove si trova l’oratorio di S. Antonio abate (510 m.s.l.m.) Munte ‘r mnte significava raggiungere il passo partendo da Biassa o da Tramonti.

 

Santantgnu (Sant’Antonio) - La chiesetta posta in cima al Mnte. La porta della chiesa restava sempre aperta per dare modo ai passanti di ripararsi in caso di pioggia.

I biassi chiamavano e chiamano tutt’ora Santantgnu questa chiesetta (e il passo), intitolato a S. Antonio Abate; Santantugnn invece S. Antonio da Padova venerato nell’oratorio di Schiara.

 

Mnte Mgru (Monte Magro) - il monte che da S. Antonio prosegue verso Campiglia.

 

Castu (Castello) - Seguendo la strada sterrata che da S. Antonio arriva a Campiglia, nella parte pi alta del monte si incontra il luogo noto con questo toponimo. Nelle sue vicinanze un largo sentiero acciottolato e un tratto di strada che faceva parte dell’antico collegamento S. Martino Vecchio (Biassa) - Portovenere. Scendendo verso il lato a mare, una scalinata di grandi proporzioni - che parte da una piccola cava di pietra arenaria - conduce nei pressi della fontana di Nozzano.

 

Nagrufa - Sotto il Castu lato Biassa, confinante con la Gia.

 

Fetu. - Luogo boscato a castagni alla sinistra della strada mulattiera che da Biassa sale al Mnte. Sul territorio vi erano numerose cave di arenaria servite da una strada carraia, che raggiungeva le cave pi importanti della Posa, poco sopra.

 

Dbiu (Debbio) - Tra il Curezu e Fetu. Al centro della localit una sorgente forma un laghetto. Molte famiglie di Biassa vi attingevano, portando a casa quest’acqua ritenendola pura e “leggera” (di facile digeribilit); sgorgava dalla sorgente talmente fredda che in estate era abitudine immergere nel secchio colmo il fiasco di vino, per renderlo pi fresco.

 

Funtanla (Fontanella) - Poco sopra Paradi, all’inizio della mulattiera di arenaria che porta al cimitero e continuando, alla Gia, Campiglia e Persico, dove molta gente di Biassa possiede terreni e cantine. Una sorgente d il nome a questa localit e molte generazioni di donne biasse hanno usato i lavatoi coperti per il loro bucato.

 

Sciu (Scoglio) - Rione di Biassa posto nella parte pi ombreggiata del paese nei pressi della Funtanla.

 

Pardi - Confina con lo Sciu. Era coltivato a orti e castagni. Attualmente vi sono alcune case di recente costruzione e un piccolo campo sportivo.

Pelcu - Castagneto situato tra Pardi e Begana.

 

Castu da ztua - Il termine Ztua indica la civetta; la piccola costruzione, che si trovava in localit Pardi, scomparsa con la costruzione del campo sportivo.

 

Canpussntu vciu (Camposanto vecchio) - Con l’editto napoleonico degli inizi dell’Ottocento che imponeva la tumulazione dei morti al di fuori dei centri abitati, i defunti di Biassa furono sepolti nel Castello di Coderone, nell’attesa della costruzione dell’attuale cimitero. Per molti anni, il castello fu ricordato con il nome di Canpussntu vciu, per distinguerlo da quello successivamente costruito.

 

Snta Maa Madalna - Una chiesa a pianta rettangolare sorgeva a levante del castello di Coderone, in prossimit delle costruzioni di cui sono ancora identificabili i ruderi.
L’intitolazione della chiesa rivela la vicinanza delle importanti vie di pellegrinaggio lungo le quali si diffuse il culto verso questa santa.
Le mura perimetrali della chiesa, peraltro molto vicina al precipizio della sottostante cava Limo, sono ancora oggi visibili.
 


Castu de Cuderni (castello di Coderone) - Posto sul breve crinale che da Biassa si incunea fra il monte Santa Croce e il Parodi, stato edificato forse nel 1251 dalla Repubblica genovese nel territorio della comunit che aveva collaborato alla distruzione di Carpena, passata ai nemici pisani. Fu ampliato dalla famiglia Biassa nel XVI secolo che ne fece la propria residenza. Abbandonato in seguito dai Signori e dagli abitanti, cadde in rovina.
Secondo Ubaldo Mazzini i Biassa, che portavano il nome del paese di cui erano Signori, discendevano dalla famiglia dei Viano i quali a loro volta provenivano dai Bianchi d’Erberia, antichissimi Signori della Val di Magra.
Lo stemma della comunit di Biassa scolpito su una pietra di arenaria si trova murato, all’interno, presso l’ingresso della chiesa di San Martino e reca in campo una torre con la scritta latina Nec vi nec dolo (N con la forza n con l’inganno).

 

Da Tre (dalla torre) - ancora vivo nella memoria popolare questo toponimo che indica il castello Coderone, forse in ricordo della primitiva costruzione che era a forma quadrangolare.

 

Lmu - Cava di pietra calcarea coltivata sino ad una quindicina di anni fa, posta lungo la strada carrozzabile che sale a Biassa, sottostante i resti della chiesa di Santa Maria Maddalena.

 

Begana - Vasto castagneto alle pendici del Coderone attraversato dalla mulattiera in pietra arenaria che da Biassa scende alla Spezia.

 

Cva rssa (Cava rossa) - Dal colore della pietra che vi si estraeva ed all’inizio della scalinata della Begana.

 

‘N se cane (Sulle canale) - Localit lungo la mulattiera per Biassa, poco sopra Casa Cuffini. Vi era una “posa” ed era luogo di riposo, all’ombra dei castagni, per chi saliva dalla Spezia nelle ore calde.

 

Canivla - Poco dopo le fornaci di Biassa. Nel 1953 fu inaugurata la prima linea di corriere pubbliche che dalla Spezia raggiungevano Casa Cuffini (daa Linda), in localit Canivla. Da l, a piedi, si attraversavano le Cane, Begana, Pardi e si arrivava a Biassa.

 

Furnse (Fornaci) - Le fornaci di Biassa sono rimaste in funzione sino alla fine degli anni Cinquanta. Il calcare della cava Pacioselli era un’ottima pietra, adatta alla cottura per diventare bianchissima calce.

 

C di Sassi - Poco dopo Casa Cuffini, di fronte alla fornace, abitava una famiglia soprannominata Sassi da cui prendono nome anche i numerosi campi che, al di la della strada, sovrastano la casa (Pzu di Sassi). A questa casa, un tempo, era annesso un mulino.

 

C der curunlu (Casa del colonnello) o Pzzo - Lungo la carrozzabile per La Spezia, poco dopo le fornaci di Biassa e nelle adiacenze della cava Negra. Deve il nome al fatto di essere stata di propriet, e abitata, da un colonnello dell’esercito, Romolo Sturlese, padre di Paolo Sturlese, negli anni Sessanta noto primario del reparto di medicina nell’ospedale civile della Spezia. Il luogo chiamato anche Pzzo a causa dello sfiatatoio della sottostante galleria che collega La Spezia con Riomaggiore, posto nei pressi della casa.

 

Cva Ngra (Cava nera) o Cubila - al confine con Pegazzano, dove inzia la via Vcia di Biassa e il nome dovuto al colore della pietra. Al centro vi la grotta dove il geologo spezzino Giovanni Capellini trov resti fossili di Ursus spelaeus (Orso delle caverne).

 

Dar blicu (Dal bilico) - Sulla strada di Biassa, nei pressi della C der Curunlu. Serviva alla pesa del materiale lapideo delle vicine cave trasportato dapprima con i carri e poi con i mezzi meccanici.

 

Telefrica - Tra ‘r Blicu e la Pulta durante la seconda guerra era stata costruita una teleferica che trasportava sia gli uomini sia il materiale nella soprastante zona fortificata di Santa Croce.

 

Pulta (Piccola polla) - Poco sopra le ultime case di Pegazzano (il Quartiere), sempre attiva una sorgente che ha dissetato per anni i biassi che a piedi tornavano alle loro abitazioni di Biassa.

 

Mnte Madna (Monte Madonna) o Monte Rosario - Mnte Madna (528 m.s.l.m.) si estende dal Turin, all’oratorio di S. Antonio abate. Anche questa localit era stata fortificata durante l’ultima guerra e vi si possono ancora vedere alcune opere murarie fatte costruire dai tedeschi. Su crinale del monte passa l’antica via che collegava Porto Venere con l’alta Via dei monti mentre a ridosso, verso Biassa, corre la via aperta dai tedeschi per facilitare la ritirata e che ora utilizzata dai cittadini per recarsi nella “Palestra nel verde” e a Tramonti.

 

Turin (Torrione)- Toponimo indicante un antica torre di guardia a protezione delle invasioni saracene. Sulle sue fondamenta stato poi costruita una casa per dare riparo ai cantonieri demaniali addetti alla manutenzione della strada militare di accesso ai forti Bramapane e Parodi. Successivamente il luogo stato ribattezzato Telgrafo perch dal 1849 sino alla fine del 1853, era stato installato su questa altura un ripetitore del telegrafo ottico inventato dall’ingegnere francese Claude Chappe (1763 -1805). La linea Genova-Sarzana di questo telegrafo, che funzionava “a vista” e che attraverso l’interpretazione di un codice permetteva un rapido inoltro di informazioni, aveva diverse stazioni intermedie fra le quali Portofino, Capo Manara, Capo Mesco, Torrione e La Spezia.
Sembra che anche Guglielmo Marconi abbia utilizzato il Torrione per alcuni esperimenti sulla telegrafia da bordo della nave Elettra ancorata nel golfo della Spezia.

 

Vaisla - Vecchio sentiero molto battuto sia dai cavatori che si recavano nelle numerose cave di arenaria in quota, sia dai riomaggioresi che portavano l’uva da tavola al mercato della Spezia. Il sentiero, scendendo dal Turin, arriva al Curezu. Numerosi erano anche i biassi che, possedendo terreni e cantine in localit Pinda (che si trova nel comune di Riomaggiore) erano costretti ad un lungo tragitto, dovendo dapprima salire per il sentiero di Vaisla, poi scendere per il versante opposto sino alle loro propriet sul mare.

 

Curezu - Posto sull’omonimo canale, nelle cui vicinanze sono le ultime case di Biassa, prima di intraprendere la salita per Tramonti. Anche qui si coltivava una cava, che essendo vicina al paese, forniva le pietre occorrenti alla costruzione di molte delle case di Biassa.

 

Funtanu (Piccola sorgente) - Si trovava sul greto del canale Curezu poco sopra il piccolo ponte che attraversa il canale sulla strada di Tramonti. Sino alla fine dell’ultima guerra, quando le abitazioni erano ancora sprovviste d’acqua potabile, molta gente attingeva acqua a questa fonte. Alcune decine di anni fa la portata d’acqua diminu e qualcuno pens che con un po’ di esplosivo avrebbe risolto il problema. Invece, dopo lo scoppio, l’acqua scomparve completamente.

Di rti (Dagli orti) - era indicata una localit nei pressi del Curezu ed erano ampie fasce coltivate ora sepolte dalla vegetazione.

 

Rca der Curezu (Roccia del Correggiolo)- Appena sopra il canale in margine alla scalinata del Mnte. una grossa roccia di colore rossiccio nei cui pressi si divertivano a giocare i ragazzini di molti anni fa.

 

Madunta (Madonnetta) - Poco sopra la Psa: una piccola edicola racchiude una statuina della Madonna del Rosario.

 

Frschi - Ampia zona boscata sul lato destro dell’ultimo tratto della scalinata del Mnte, a partire dalla Psa sino alla sommit.

 

Sciu de Bciu - Sulla scalinata del Mnte poco dopo la Madunta.

 

Scuian- Sciu de Bciu e Scuian sono contigui.

 

Psa - Attigua alla scalinata che sale a Mnte e di cui a met cammino. Una sosta a questa Psa era d’obbligo per chi si recava a Tramonti o ne tornava.

 

Crse de fru (Croce di ferro) - Il luogo prende il nome da una croce di ferro infissa in un grande blocco di arenaria lungo la mulattiera per Tramonti, poco dopo l’abitato di Biassa.

 

Crse de lgnu (Croce di legno) - Poco sopra il Curezu, era infissa nell’arenaria.
rimasto il toponimo.

 

Aigan - il toponimo indica un bosco di castagni che si trova prima di Fetu, vicino alla Crse de Fru.

 

De Ple (dalle polle) - L’attuale via delle Polle inizia dall’incrocio con la strada che porta al cimitero ed alla strada Litoranea e termina, con una piccola scalinata, nei pressi della Scuola Elementare. Il nome la dice lunga in fatto di acqua. Lungo il tragitto sono ancora presenti numerose sorgenti, alcune delle quali un tempo erano utilizzate come fontane pubbliche e lavatoi.

 

Pizza der Monumntu - Nel centro della piazza ancora sistemato la base del monumento ai caduti della guerra del ‘15 - ‘18, inaugurato nel 1924. La statua in bronzo, opera dello scultore spezzino Angiolo Del Santo, rappresentava un nudo guerriero romano in atteggiamento da combattimento, con il gladio in una mano e lo scudo nell’altra. Durante la guerra fu asportato e fuso per motivi bellici.

 

Spedu (Ospedale) - Via dell’Ospedale sale dalla piazza del Monumento e arriva sino a San Rocco. probabile che questo toponimo ricordi l’epidemia di tifo scoppiata nel 1817 quando per contrastare la malattia, fu traformata la canonica (vicina alla strada) in ospedale. Secondo la testimonianza del gi citato don Antonio Rossi “… dal gennaio al 17 agosto i morti a Biassa furono 125”. Nella fase pi acuta dell’epidemia “… in Biassa in 11 giorni… 24 sono stati li trapassati, a segno che non si suonano pi l’Ave Maria…
Questa strada indicata anche via di spsi (via degli sposi): infatti tradizione che essa non sia percorsa dai funerali, destinandola invece al gioioso corteo degli sposi.

 

a de Zn (Aia di Giovanni) - Salendo l’attuale scalinata di via dell’Ospedale, si incontra una piazzetta circondata da alte abitazioni. l’a de Zn.

 

Prdu (Prado) - Al di sotto del Saciu sino all’inizio del canale di Biassa un tempo ricco di acqua. una vasta zona con ampi campi coltivati.

 

Tassunu o Capla (Tassonaro o Cappella) - un bosco di castagni che si incontra scendendo il canale di Biassa, sotto al Prdu. Durante l’ultima guerra in questo luogo si costru un piccolo rifugio antiaereo, ritenuto sicuro e molto utilizzato durante le incursioni aeree, anche se si trovava piuttosto lontano dall’abitato.

 

Punttu Nvu (Ponticello nuovo) - La scalinata Biassa - La Spezia nel primo tratto, abbandonata la strada carrozzabile incontra il canale che scende dallo Scoglio. Il Punttu Nvu attraversa questo canale.

 

Buztu (Laghetto) - Sotto il Punttu Nvu, nel canale che scende dallo Scoglio, detto Canu da Mna, una sorgente formava un bozzo sulle cui pietre affioranti le donne andavano a lavare i panni.

 

Snta Crse (Santa Croce) - un monte a sud - est di Biassa. Durante l’ultima guerra stato fortificato ponendolo a guardia del sottostante Arsenale Militare. Dalle sue alture si gode una vista quasi aerea sulla Spezia. Sono ancora visibili sulle piazzole all’interno della zona fortificata le canne e parti di cannoni abbandonati.

 

Plua (Pillora) - Scendendo dalla batteria verso la Gesia, si incontra un pianoro, er piann de Plua. Sul lato pi lontano di questa piana rettangolare, una sorgente, ormai esausta, forma un letto di fanghiglia dove vanno a sguazzare i cinghiali. Un tempo al suo posto si estendeva un piccolo specchio d’acqua sufficiente ad irrigare gli orti e le coltivazioni della piana. Dalla parte verso Campiglia vi una grande costruzione, il cui ultimo abitante stato Raf de Plua, contadino del Piann de Plua. Attualmente sia la costruzione (nota come Castello Doria) sia la piana sono in completo abbandono.

 

Gesia (Gesirola) - Alla fine della ripida scalinata, che sale dalla Gia per Campiglia. Prima di iniziare il pianoro di Purcazzi, tenendo sulla destra, le Ble da Frca e poco pi sopra la Rca di Strti, una roccia piana da cui si vede il mare di Tramonti.

 

Purcazzi - Inizia al passo della Gesia e prosegue alla sinistra sulla strada mulattiera che conduce a Campiglia.

 

Csta de Sarn - il versante di Biassa del Monte Santa Croce, che arriva sino al canale sopradetto. A met costa corre un sentiero che sale da Fabiano, il cui percorso si snoda attraverso il Monte Coregna, il Monte Santa Croce e giunge a Biassa.

 

Canu du Divu (Canale del diavolo) - Al di sotto dell’attuale strada Litoranea, tra il Coderone e le pendici di Santa Croce, si incontra il canale che si immette nel pi grande Canale di Biassa all’altezza delle Fornaci e che a sua volta d vita al Lagora. Il luogo molto inospitale e forse questo gli ha meritato il sinistro nome. Il breve corso d’acqua scorre nelle vicinanze della cava Limo; per poter utilizzare l’area per la discarica dei detriti di risulta della cava stessa, fu coperta parte del canale e la superficie cos ottenuta si adoper per l’accumulo dei materiali. Una diffusa leggenda narra che nel Castello di Coderone sia sepolta una chioccia con dodici pulcini d’oro. Chi ebbe la ventura di vederla si ritrov malconcio sul greto del Canu du Divu, sotto al Castello.

 

Gia (Ghiaia) - Un tempo vi era coltivata una grande cava di pietra arenaria (Cava Ghiaffa) e vi si trovava un rigoglioso castagneto. Da l inizia la ripida scalinata che sale alla Gesia e che, proseguendo, porta a Campiglia.

 

Fssu (Fosso) - la strada sterrata che dal cimitero raggiunge la Gia e attraversa un tratto di castagneto fosco e impervio.

 

Tascn o Tre de Vennzio - Nelle vicinanze del cimitero, sopra la strada carraia che conduce alla Gia ed era un terreno coltivato con annessa una piccola casetta di propriet di Venanzio.

 

Brsi - Sulla sinistra della strada Litoranea, prima dell’incrocio della strada per Biassa. Il toponimo indica un castagneto che, lato monte, confina con la Gia.

 

Custla di Mrti, de Muntisi e de Mili - Sono tre collinette di terra rossiccia che si susseguono l’una all’altra. Su quella centrale, Muntisi, si trova il cimitero di Biassa; quella di Mrti si prolunga verso il castello Coderone ed coperta di cedui di castagni. Il tratto iniziale si presenta spoglio di vegetazione; qui tradizionalmente, nella ricorrenza dei defunti, erano accesi dei fuochi che producevano intenzionalmente molto fumo, cosa che contribuiva a rendere ancora pi triste la ricorrenza. In questa giornata, i ragazzi del paese correvano con rudimentali turiboli ricavati da barattoli di latta i quali erano fatti volteggiare in aria per mantenere accese le braci al loro interno. La custla de Mili era invece coltivata a patate, grano e uva e confinava con la Gia.

 

Rca ginca (Roccia bianca) - localit nelle vicinanze della Gia, cos denominata per una grossa roccia di quel colore.

 

Rca de Stre (Roccia delle streghe) - Si trova nei pressi della Gia, verso la Csta de Sarn, in un bosco di castagni. Il nome suggestivo indica una strana roccia solitaria.

 

Vergua (Verugoli) - il monte pi alto di Biassa con i suoi 741 m s.l.m. Poco sotto si incontrano le rovine della chiesa romanica di San Martino Vecchio. La tradizione narra di un castello denominato Roccangra costruito nei pressi dell’antico borgo di Biassa. Se questo avesse un fondamento di verit, la posizione scelta - sulla sommit del Monte Verugoli - era veramente una delle migliori.

 

Sn Martn Vciu (San Martino Vecchio) - Sul Monte Parodi; era la chiesa dell’antico nucleo di Biassa. Ora in completo abbandono, mostra ancora parte dell’abside e i resti delle tre porte di accesso alla navata. Da ciascuna porta entravano i fedeli di diverse comunit: dalla prima quelli di Biassa, dalle altre rispettivamente quelli di Carpena e di Riomaggiore. Probabilmente l’edificio sacro fu officiato sino al 1758 epoca in cui l’attuale chiesa di Biassa, inizialmente intitolata ai santi Giacomo e Martino, divenne arcipretura con il solo titolo di San Martino.

 

Vsca der Bertlu - Una sorgente incanalata e raccolta in una vasca nella propriet di Bertlu di Biassa posta sopra Cde. Fu costruita dai militari del forte Bramapane per la raccolta di acqua potabile.

 

Perlu - Piccolo contrafforte del Monte Verugoli, caratterizzato da un terreno rosso, ricco di minerale di ferro. Si trova sotto la localit Cde.

 

Csta da Sra - Il sentiero che porta al Paradsu nei pressi dell’acquedotto si biforca: quello pianeggiante attraversa dapprima il Canu da Cisa, poi un bosco un tempo regno del bcu franzse, dal fiore giallo e dalle spine acuminate, per arrivare infine alla Piza d’usu. Questo bosco la Csta da sra, caratterizzato dalla presenza dell’arida pietra rossa. Da alcuni anni sono pressoch scomparsi anche gli arbusti spinosi del bcu franzse (Ulex europaeus L.)

 

Savna - Lungo il canau da Cisa, sulla destra, un limitato numero di campi un tempo coltivati a fagioli rampicanti, si trova questo luogo dal delicato nome di Savna ma circondato dagli aculei dei bchi franzsi.

 

Canpudrmu - Sopra la Csta da Sra, nell’ampio canalone che former pi sotto il Canu da Piza, attraversato dal sentiero per la Pianla, larghe piane coltivate un tempo a castagni formano il Canpudrmu.

 

Cnpu - Terreno delimitato da due canali: quello del Ciighu e quello della Cisa. La parte inferiore chiamata Cnpu, la parte superiore Lpiu.

 

Cva de Bertn (Cava dei Bertano) - Ampia cava di pietra arenaria di propriet della famiglia Bertano, un tempo benestante famiglia biassa, sul monte Bramapane, sopra la Rca du trn.

 

Merdaa - Oltre a segnalare un bosco di castagni il toponimo indica anche una cava di pietra arenaria che si trova tra Cde e la cava di Bertn. Altra cava nei pressi era la cava Buti, dal nome del proprietario.

 

Cva der prte - Don Andrea Natale detto der Menegn (di Domenico), di Biassa, fattosi prete e poi abbandonata la tonaca, nel dopoguerra apr una cava lungo il sentiero di Cde. Vicina a tante cave di arenaria la sua era di calcare ma ebbe poca fortuna perch i massi squadrati, estratti dalla cava, rimasero sul piazzale della cava, invenduti.

 

Rca du trn (Roccia del tuono) - Sul margine della strada che conduce al Turin, prima del Torrione. Anfratto roccioso a cuneo, con un piccolo cunicolo che si apre nella parte inferiore e dal quale sembra uscire un rumore di ruscellamento.

 

Zu du Ciapu (Curva del Ciapu) - un tornante sopra la Rca du trn.

 

Ciapu - Costa ora abbandonata, ma un tempo coltivata generalmente a grano e patate.

 

Pizu - Sopra S. Rocco, confina al nord con il Ciapu. Essendo vicina al paese sempre stata ben coltivata. Ora tutto coperto dalla vegetazione selvatica.

 

Castgni grndi - Localit appena sopra il paese, un tempo frequentata dai ragazzi che ai rami dei giganteschi castagni appendevano robuste corde per giocare ad una pericolosa altalena.

 

Zu de frse (Curva delle felci) - Da questa curva della strada, vicina al paese, si pu ammirare Biassa nella sua completezza e, in lontananza, il golfo della Spezia.

 

Sn Rcu (San Rocco)- Sembra sia la parte pi antica di Biassa nuova, con un piccolo oratorio e piazzali lastricati. Si racconta che sul piazzale pi grande siano state fuse le campane della chiesa di S. Martino Nuovo e che le donne di Biassa facessero a gara nel buttare nei crogioli di fusione il poco oro e argento che possedevano. Questo oro e argento ha fatto s che il suono delle campane sia tra i migliori del vicinato.
Negli anni del dopoguerra San Rocco era luogo di incontro di suonatori biassei che nelle serate estive facevano radunare molta gente ad ascoltare la chitarre di Angiul (Nello Vanni) e il mandolino di Grig (Adriano Bertano) che si esibivano in mazurche, tanghi, valzer…

 

Piazu (Piazzale) - Si tratta del sagrato della chiesa di San Martino: Ubaldo Formentini stima la costruzione della chiesa, con le prime due navate, al XV secolo, aggiunta ad un pi antico oratorio dedicato a San Giacomo ed ampliata nel 1849 della terza navata.
Nel 1875 la Giunta Municipale della Spezia aveva stabilito di acciottolare detto piazzale ma agli esperti scalpellini di Biassa questa soluzione non piaceva. Chiesero attraverso il consigliere Antonio Rossi (Pio Nono), all’Amministrazione comunale, di poterla lastricare in arenaria, allo stesso prezzo, molto pi basso, concordato per l’acciotolamento, con una sola condizione: poter ricavare gratuitamente le lastre in una delle cave di propriet comunale. In data 4 ottobre 1875, con delibera, il Comune autorizzava il lastricato del piazzale alle condizioni espresse dagli scalpellini di Biassa i quale, eseguito il lavoro a regola d’arte, per valorizzare maggiormente il piazzale, innalzarono di fronte alla porta laterale della chiesa, una colonna ottagonale di arenaria finemente lavorata, sormontata da una croce di ferro.
Successivamente, all’interno della chiesa “L’anno del Signore milleottocentottantanove agli 8 giugno fu fatto il lastrico della chiesa di marmo di Carrara dal signor Garibaldi a lire 8,30 al metro quadrato”, come annotato nel manoscritto iniziato da don Antonio Rossi ma continuato con appunti a lui successivi.
Dietro l’abside della chiesa, con la facciata su via Fabio Filzi, la Compagnia, un tempo sede della Confraternita di Santa Croce.
Dal piazzale della chiesa, di fronte all’entrata principale parte il selciato che, seguendo un tratto di via delle Polle, conduce all’a da Pinla (Aia della Pinella), da cui proseguendo verso destra, un’ampia scalinata porta all’a der Grpu (Aia del Groppo), vasta piazzetta dove sistemata una fontana pubblica, da cui continuando per un breve tratto alla sua sinistra, si trova l’a de Capna, adiacente vecchie abitazioni ormai crollate.
Salendo invece dalla scalinata a sinistra dell’a da Pinla dopo essere passati sotto i porticati di via del Cartellone, si arriva all’incrocio con via della Piazza.

 

Ble - Si trova sul lato destro del Canu der Curezu sino al sentiero che, arrivato al Curezu prosegue per il Mnte. Le larghe piane erano coltivate sino a pochi anni fa ed ora sono quasi tutte abbandonate.

 

Cde - Proprio sotto il forte Bramatane, lato Biassa, attraversato dal vecchio e importante sentiero che salendo da Biassa e passando per Casavcia, arrivava allo spaccato del Cultu sul Verrugoli. Cde famoso per la “frana di Cde”. Nel maggio del 1936 dopo un lungo periodo di pioggia, una grossa frana si stacc da Cde appena sotto il forte Bramatane trascinando nel lontano e sottostante canale di Biassa centinaia di metri cubi di rocce, fango e alberi senza arrecare, per fortuna, gravi danni al territorio e agli abitanti di Biassa.
Non era la prima volta che dal Verrugoli si staccassero frane. Infatti nel manoscritto lasciato da Costantino Rollandi di Manarola e pubblicato dal comune di Riomaggiore a cura di Attilio Casavecchia alla data del 6 novembre 1898 si legge: “Riomaggiore ebbe molto danno; port via 3 molini. La causa per Riomaggiore fu che sotto il monte della Verrugola scoppi un gran sbocco d’acqua che fece una grossa frana portando via rocce, alberi di castagno ed altri”.
Cde era coltivato in parte a castagni, mentre al di sotto del sentiero era coltivato a grano e patate.

 

Cultu (Colletto) - Luogo dove confluiscono pi strade, posto a 625 metri di altezza. Qui sboccava il sentiero che partendo da Biassa attraversava Cde; attualmente vi transita la strada Telegrafo - Parodi. Dal Cultu parte la strada che conduce al forte Bramapane, quella per il sovrastante monte Verrugoli e quella per la dismessa cava di arenaria Ferrando. Da questa localit, attraverso la suggestiva forma a V formata dai due scoscesi lati del monte Santa Croce e dal Monte Parodi, si osserva un inconsueto scorcio del Golfo, mentre alle spalle, attraversato lo spaccato da cui inizia la strada per la cava Ferrando e per il Monte Capri, si gode lo spettacolo incomparabile delle Cinque Terre.

 

Casavcia (Casavecchia) - probabile fosse uno dei piccoli agglomerati di casolari sparsi sull’antico territorio di Biassa, quali, ad esempio Salegio (Saciu), Balano (Ble), Prato (Prdu), Gropo (Grpu). Questi sono infatti alcuni dei toponimi con cui si identificano i vici di Biassa e citati gi nel 1251, in un documento dell’abbazia di S. Venerio. Casavcia posta al di sotto di Cde e anche questo luogo attraversato dallo stesso sentiero che conduce al Parodi.

 

Da pina - Vicino a Biassa, coltivata a orto; nel dopoguerra sono state costruite alcune abitazioni.

 

Muntu - Collinetta di friabile pietra calcarea color rosso scuro sopra l’a Grnde, dove prosperano la gialla ginestra e il timo.

 

Valta - Piccola porzione soleggiata di terreno di fianco al Muntu, lato ovest.

 

Ciighu - Esisteva un’altra antica strada che saliva da Biassa Nuova verso il Parodi. Partiva dall’a Grnde, attraversava dapprima il Ciighu, luogo ricco di acqua e quindi intensamente coltivato, poi la Cisa - nota per la coltivazione dei cipollini, indi raggiungeva il Fate, nel cui terreno rosso cupo venivano coltivate le vigne d’albarola. La strada saliva attraversando i coltivi sino ad arrivare alla Cla - che con la Cla Vcia, confinava con la chiesa di San Martino Vecchio e con il Paradsu che era la parte pi alta del sentiero dal quale, svalicando, si poteva raggiungere Carpena. Dal Paradiso, il sentiero si immetteva nella vecchia “via dei monti”, che, transitando sul crinale, superava le Cinque Terre per spingersi sino a Ventimiglia e oltre.

 

Balau - Salendo verso la Cisa alla sinistra del Ciighu. Anche questa una localit dove l’abbondanza di acqua ha sempre favorito buoni raccolti.

 

a Grnde - L’etimo indica chiaramente un’aia spaziosa: vi si trovava una fontana pubblica con acqua proveniente dalla Cisa a cui attingevano tutte le famiglie della Csta e del Deghin, dato che sino a qualche anno dopo la fine della guerra non esistevano famiglie di Biassa che avessero l’acqua corrente in casa.

 

Va Nva (Via Nuova) - Sino ad alcuni anni dopo la guerra, il transito di questa strada era proibito ai mezzi non autorizzati che volevano recarsi ai forti militari. Per impedirne il transito, sull’a Grnde, che si apriva all’inizio della via, erano infisse due pesanti colonne di arenaria con una catena.

 

Csta - Importante rione sovrastante le attuali scuole elementari, ben esposto al sole; qui era uso per la gente di Biassa- nelle belle giornate d’inverno - recarsi per scaldarsi al tiepido sole.

 

Deghin - il versante della Csta, che vede sorgere il sole e che al pomeriggio delle giornate estive diventava il luogo di ritrovo e di chiacchiere della gente della Costa, che veniva qu a “pie ‘r frescu”.

 

Fussadu - Orti vicini alla scuola, attraversati da un sentiero, ‘r viau der fussadu che dalla scuola porta al Grpu, vecchio rione interno al paese.

 

Custu (Costella) - Dal Saciu parte il sentiero per la Piza. Il Custu formato dal gruppetto di case che si affacciano sul panorama della Spezia e del bosco di castagni poco distante.

 

Lgu (Lago)- I campi abbandonati e i castagneti in margine al Canu da Piza, prendono il nome di Lgu in considerazione dell’abbondanza di acqua che portava questo canale e che formava numerosi bzi (laghetti).

 

Bzu di ste funtani (Laghetto delle sette sorgenti) - Nella localit Lgu, lungo il Canu da Piza, si formava un laghetto alimentato da sette sorgenti. Era un richiamo per i ragazzi che in estate si recavano a bagnarsi in quell’acqua gelida. Oggi le sorgenti sono scomparse.

 

Capustbile (Capostabile) - Il toponimo si riferisce a una torretta quadrata a due piani di cui ancora restano le rovine. situata lungo il sentiero che dal Custu scende alla Begana. Come i due mulini poco distanti di propriet della famiglia Rossi, eredi di Pio Nono. Intorno al 1870, durante la costruzione della galleria ferroviaria Pegazzano - Riomaggiore, denominata “galleria Biassa”, al piano basso di questa piccola costruzione erano sistemati i motori degli argani usati per il sollevamento della terra nella costruzione di uno degli sfiatatoi della galleria. Con la terra di risulta si era ottenuta una estesa piana, nota come ‘r piann di Rossi. Purtroppo, a causa di calcoli errati, l’incontro della galleria verticale (sfiatatoio) con la galleria ferroviaria, in quel punto, non mai avvenuto…!

 

Di mun (Dai mulini)- L’abbondanza di acqua delle sorgenti di Biassa ha sempre alimentato numerosi mulini, dislocati lungo il canale di Biassa, iniziando dalla localit Prdu. Il loro abbandono fu determinato dallo scavo della galleria Biassa, per la costruzione della linea ferroviaria La Spezia - Sestri Levante inaugurata nel 1874, che devi da Biassa gran parte dell’acqua.
Antonio Rossi (sopranominato Pio Nono) fece causa alla Societ costruttrice della galleria ferroviaria per il mancato funzionamento dei mulini e fu risarcito con 6.000 lire. In un manoscritto, don Antonio Rossi, nativo di Biassa ma rettore a Pegazzano e avo di Pio Nono, annota che il loro mulino aveva iniziato a macinare il 21 gennaio 1798 e a frangere il 21 gennaio 1808.

 

Saciu (l’antico Salegio ora Sarecchio) - il gruppo di case attorno alla carrozzabile (via Filzi) che dopo l’ampia curva (du Saciu), si arriva de sce (dalle scuole). Le scuole elementari erano costituite da un grande edificio con immense aule che ospitavano la numerosa prole dei biassei di un tempo. Furono ristrutturate nel 1925 ampliando le gi esistenti costruite nel 1904 ma pochi anni fa sono state chiuse per mancanza di alunni. Oggi una nuova ristrutturazione le ha trasformate in un ostello per i giovani. Oltrepassata la piazza delle scuole si raggiunge il Gbu, altro gruppo di case da cui si pu ammirare il golfo della Spezia e si ha un gradevole colpo d’occhio su Biassa.

 

Du Lanpin (dal lampione) - un toponimo comune a Biassa: sta ad indicare il luogo dove - precedentemente all’installazione della luce elettrica - si trovava un lampione per rischiarare i luoghi pi frequentati.

 

Pardi - il monte sulla cui sommit stato costruito un grande forte a difesa della citt militare, mantenuto in attivit sino alla fine della guerra. La costruzione dei forti sulle alture del golfo avevano dato lavoro, durante la guerra, a molti scalpellini locali. Le loro opere si potevano notare negli rifiniture degli acquartieramenti militari, nei pavimenti in lastre squadrate di calcare, scalpellinate “di fino”, negli intarsi e incastri realizzati nell’arenaria degli stipiti delle porte. Dalla fine della guerra ad oggi tutte queste testimonianze di maestra artigiana sono quasi scomparse; la causa dipende in parte dalle distruzioni provocate dalle esercitazioni militari, in parte dall’ asportazione indebita del materiale lapideo per abbellire case private. Ci che non stato possibile asportare l’incomparabile bellezza che lo sguardo abbraccia nella sua maestosit: il golfo, le Alpi Apuane, le vallate, i corsi d’acqua.

 

Gri - Antica osteria sul Monte Parodi, dapprima, durante la guerra, situata nei pressi dell’abetaia, poi in localit Paradsu, dove scendeva il sentiero per Biassa.

 

Abetia - Nel 1894 fu sperimentata la piantagione di abeti nei pressi delle C rsse di propriet demaniale, ora sede delle colone estive comunali, sul Monte Parodi. L’attecchimento della specie vegetale ebbe un tale successo, che ancor oggi si pu ammirare e godere della bellezza e del rigoglio di queste piante.

 

Canan (Canalone) - il canale formatosi nel versante di Biassa del Monte Parodi, all’altezza della Pianla. Canale profondo e scuro per l’intensa ombra delle piante. Durante la guerra, qualche fortezza volante lasci per sbaglio il suo carico di morte in quel luogo. Durante gli incendi del dopoguerra, numerosi furono gli scoppi uditi da Biassa provenienti dai boschi in fiamme.

 

Mnte Bissa o Castelna de Bissa - Un po pi in basso del Monte Parodi si trova il Monte Biassa i cui versanti boscosi, purtroppo pi volte incendiati, accolgono variet di pini e - pi in basso - il luogo denominato Redem.

 

Pianla - La zona era un tempo ricca di enormi pini. Gli incendi e il progredire delle acacie ha fatto di questo territorio una zona selvaggia e cespugliosa. Dal Monte Parodi scendono bellissime scalinate costruite in bozze di calcare sepolte dai cespugli che raggiungono la Pianla nel suo pianeggiante sentiero che da una parte conduce alle alture della Foce e dall’altra scende alla Cisa di Biassa.

 

Rche da Maina (Rocce della Mariona) - Guardando la montagna del Parodi dal borgo di Biassa, alla sinistra del Canan si trova questo toponimo che indica un luogo roccioso di propriet della Maina, una delle antiche donne di Biassa e nelle cui vicinanze la Csta di Cani, sito dove il ceduo di castagno raggiungeva un tempo altezze considerevoli.

 

Piza - il versante del Monte Parodi al di sotto della Pianla. Alla sua destra confina con il Canu da Piza, il cui terreno vicino era coltivato ed era chiamato Buzn, perch si trovava in prossimit dei grossi ristagni di acqua che si formavano dopo piogge particolarmente abbondanti, che facevano “avviare” il canale. Alla sua destra, confinante con Redem era la Csta da Piza che con le sue rocce bianche emergenti segnava il confine con Redem. A sua volta la Piza, si divideva in tre localit: Piza d’usu, in alto ai confini con la Pianla; Piza survna, situata sopra il sentiero che longitudinalmente attraversava tutta la Piza e che portava alla Foce; Piza sutna che dal sentiero scendeva sino al canale sottostante della Piza, nei pressi di Lgu.

 

Redem - Alle falde del monte Biassa, localit soleggiata con un terreno sciolto e pietroso simile a quello di Tramonti, per cui oltre al grano che qui maturava presto era coltivata pure la vite il cui frutto rivaleggiava con quello di Tramonti. Nella zona pi pianeggiante, sopra il sentiero che da Biassa raggiungeva il Vignale, vi era un gruppo di piccole case, costruite a somiglianza di quelle di Tramonti.

 

Redem sutn - Dal sentiero sopracitato, i campi scendevano verso le Fornaci ed erano attraversati da una ripida scalinata.

 

Ruchte - Tratto del sentiero verticale che dalla Csta da Piza immetteva in Redem. Piccoli campi vignati e bianche rocce calcaree che affiorano tra la terra rossa.

 

Cumigu - Ombrosa localit sita al di sopra del sentiero di Redem e confinante da un lato con le Ruchte e dall’altro con il canale di Redem. In alto il sentiero che dalla Pianla porta alle alture della Foce. Tra questi confini, all’esteso bosco di castagni, era stata strappata in tempi non recenti, una vasta zona destinata alla coltivazione di grano e patate.

 

Tramnti (Tramonti) - Con questo nome si indica il territorio nel comune della Spezia che inizia al Canu de Perazzna (Fosso della Parassina), al confine con Riomaggiore e termina all’Albana, che confina con Porto Venere. Gli agglomerati pi consistenti formati dalle cosiddette “cantine”, un tempo di propriet esclusiva della gente di Biassa e Campiglia, sono: Fssua (Fossola), Munestai (Monesteroli), Schia (Schiara), Navn (Navone), Prsegu (Persico).
Tra-monti, “di l da’ monti” come scritto negli atti notarili sino alla fine del 1800. Non raro, negli stessi documenti, trovare indicata Biassa “di qua da’ monti” unendo cos le due localit in un’unica entit separata da un confine riconosciuto e riconoscibile da tutti.

Nella vecchia cartografia, Tramonti era indicato come “Ville di Biassa”; questo luogo stato per secoli fonte di vita per i Biassei. L la gente aveva le “cantine” che, oltre alla propria comune funzione, servivano anche come ricovero nella stagione della lavorazione nei vigneti. L’uva da tavola e il vino che vi producevano erano la maggiore risorsa economica. Nel 1905, nel suo studio su I viticultori di Tramonti, Giovanni Sittoni, stimava in duemila ettolitri di vino la produzione ottenuta dai terreni di Tramonti di Biassa e milletrecento ettolitri quella di Tramonti di Campiglia mentre le famiglie occupate risultavano essere, rispettivamente, 160 e 90.
Le propriet dei biassi sul versante a mare comprendevano, oltre a Fossola, anche Monesteroli, Schiara e gran parte dei terreni e delle cantine poste al di sotto Campiglia e cio Persico e Navone, sconfinando anche, nella parte opposta, nel territorio del comune di Riomaggiore, dove avevano case e poderi a Campi e alla Pineda.
Nei lunghi soggiorni a Tramonti, per adempiere alle cure religiose, la gente del posto aveva costruito dei piccoli oratori come quello di Schiara, dedicato a sant’Antonio da Padova (13 giugno); quello di Monesteroli doveva essere consacrato a S. Pantaleone (S. Pantel) ma per contrasti sorti fra i proprietari dei terreni su cui doveva sorgere l’edificio, non se ne fece nulla. La storia della piccola chiesa della Fossola, intitolata all’Angelo Custode (2 ottobre) ce la racconta invece don Antonio Rossi (1759 - 1835) in un manoscritto:

Del 1805 27 Settembre per Decreto di Monsignore Giulio Cesare Pallavicino vescovo di Sarzana, il Reverendo Don Antonio Rossi d’Andrea Sacerdote di Biassa Rettore di Pegazzano ha benedetto l’Oratorio sotto il titolo dell’Angelo Custode (forse per errore di Sarzana sotto il titolo di Ges nell’orto come si vede dal rescritto favorevole di benedire detto Oratorio) quale fu benedetto in sudetto giorno e vi cant la messa”.

 
Copia del decreto di Fondazione:

Illustrissimo e Reverendissimo Monsignore

Pi di cinquanta famiglie di Biassa nei mesi di Settembre, Ottobre, Gennaio e Febbraio abitano di l da monti nel quartiere della Fossola e sue adiacenze, luoghi di mare posti nel distretto di detta Parrocchia al fine di coltivare i loro terreni, introitare, ed esitare i prodotti.

Ora li medesimi riverenti oratori desiderando il comodo di sentire in detti tempi almeno nei d festivi di precetto la S. Messa, supplicano l’innata bont di Vostra Illustrissima e reverendissima del ben dovuto permesso ed intesa facolt di costruirsi al detto oggetto un oratorio ossia cappella in luogo decente sotto il titolo del S. Angelo Custode, o come meglio. Il che come giusto sperano di ottenere da Vostra Illustrissima e Reverendissima la detta grazia.

 

Oggi Tramonti cambiato: molti vigneti sono stati abbandonati e le vecchie cantine in parte acquisite dai forestieri che le hanno destinate a residenza per le vacanze. Un tempo non lontano, soltanto nel 1955, il pittore Renato Birolli, milanese ma amante delle Cinque Terre, defin Tramonti “Patagonia a sud delle Cinqueterre” tanto sembr a lui di una bellezza selvaggia questo territorio e dura la vita degli uomini che vi abitavano.

 

 

VERSANTE TRAMONTI (TRAMNTI)

ZONA SCHIARA (SCHIA)

Castu

Crse de Schia o Psa

Maupssu

Vu

Paradsu de Vu

Casti de Vu

Cin de Vu

Crse de Nasca

Rta

Lavasu

Zzri

Rca der mnte

Vigni

Rca de Vigni

Sc-cinca

Pza

Canpudnegu

Can der Canpudnegu

Nuzzn

Funtna de Nuzzn

Canu de Nuzzn

Castgni de Nuzzn

Agrta

Buin

Lamta

Michu

Fndega

Reblu

Cantunu

Cantn

Ciza di Cantn

Lizzadu

Zzse

Gzzern

Csta da Gaida

Gaida

Rca da Gaida

Lavasu

Prde

Fundeghta

Burdiu

Lma du Scu

Scu

Schia

Schiata

Santantunn

Csta

Zziburi

Scu de Bertn

Ciazzta

Aenlu

Calnte

Luvu

Canu du luvu

Scanciu

Stra

Nvu

Lzze

Lnza

Canu de Canpanla

Canazzu

Custla de nche

Blavta

Butu

Calanta

Francanse

Custla

Lghtu

Pzza grnde

Sciu de Ciatna

Pnta

Cane

iga dze

Scu vciu

Bechti

Cva de Piclu

Mzu scu

Sciu da balna

Picuzzn

Gale

Sciu de Bagnta

Sciu der pn

 

 

VERSANTE TRAMONTI (TRAMNTI)

ZONA DI MONESTEROLI (MUNESTAI)

Carpi

Puste

Pitn

Gaitaa

Rncu

Rebi

Canu du Rncu o de Rebi

Puzi

Pzzu

Canu der pzzu

C vcie

Srchi

Custla de uve

Uve

Ana

Nach

Ciza du Nach

Pla du Nach

Sn Pantel

C da Ciupna

C de Vli o du Sargu

Predale

Pntzza

Lgu

Valta

Fundeghta

Predatu

Du suzu

Muntunu

Rca der Muntunu

Galera der Muntunu

Castu der Brica

Pnta

Sciu da Ninna

 

 

VERSANTE TRAMONTI (TRAMNTI)

ZONA DI FOSSOLA (FSSUA)

Da lzza

Via strta

Bti

Fndega de Bti

Cin de Bti

Custeln

Cravazza

Nusciu

Canu de Nusciu

Lumendi

Lma

Lma sutna

Ruchte

Custla

Cravu

Casti

Tutu

Buzu

Ganbzza

Cnca

Scu da Fssua

iga frda

Pascata

Magadgnu

Cste

Cuunba

Custia

Lma scrsa

Bernardla

Pzzi vci

Da crse

Perazzna

Canata

Bisn

Merln

Rca der Merln

Speldu

Landn

Grimudu

Capu da prte

Bucuntu

Sciu de Gianmia

Mainlu

Ciapdu

Scu vciu

Spedale

Bcua

ngelu custdiu

Fssua sutna

Pnta de Manulu

Lma di Bzzi

Pinlu

Fratzza

 

 

 

Due parole dell’Autore

 

Questa una raccolta di voci: la memoria dei vecchi nell’epoca dei software, delle immagini che dopo un lungo viaggio percorso in un tempo brevissimo, arrivano ai nostri occhi su appositi schermi che impoveriscono la fantasia, adattata a immagini scelte da altri.

Un tempo la memoria era la linfa essenziale alla quale attingevano i giovani per affrontare la vita. Il proverbio raccoglieva l’esperienza dei molti anni vissuti, le massime popolari descrivevano con poche parole, spesso con ironia, il modo a cui ci si doveva uniformare per vivere in quel tempo ma molte di esse continuano ad essere attuali anche adesso.

Biassa, paese contadino e chiuso, teneva in gran conto gli usi del passato e ignorava il progresso. Le medicine erano inutili: si ritenevano sufficienti gli infusi di erbe o le fatture. Il primo medico che prest servizio a Biassa in modo continuativo dal primo giorno di luglio del 1890 fu il dott. Luigi Spezia, giunto in paese a seguito di un “patto di abbonamento” stipulato con quaranta capifamiglia suddivisi in 1, 2 e 3 categoria, i quali si erano imposti di pagare, secondo la categoria, 20, 16 o 12 lire. Il dottore, da parte sua, si impegnava a recarsi a Biassa due volte la settimana, e pernottarvi, per assistere eventuali ammalati abbonati.

Una parte delle cose raccontate in questo libro le avevo pi volte ascoltate da mia nonna Netina, perch, maggiore di et di mio fratello e di mia sorella, avevo modo di riascoltarle ogni volta che lei le ripeteva a loro. Altre me le hanno raccontate gli anziani a cui mi sono rivolto per ascoltare la “voce della memoria”, che era stata trasmessa loro da una “memoria” pi antica e cos via.

I testimoni a cui appartengono le voci di questo volume e che hanno vissuto in quell’epoca, contrappongono ai ricordi di allora il tempo di oggi ma, secondo il loro modo di vedere, i video-games dei giovani e i cartoons con le violente battaglie stellari imposte ai bimbi attraverso la televisione, non possono reggere il confronto con il loro passato, semplice e genuino. Raccontano gli anni della loro giovent, episodi e aneddoti lontani con lo sforzo di tirare fuori dalla memoria impigrita le ninne nanne della loro infanzia, i motteggi dell’adolescenza e le canzoni della giovent.

Le donne hanno ricordato in particolare il tempo in cui giovani del paese, divisi in due gruppi, cantavano “i dispetti”. Si rilanciavano l’uno e l’altro, pungenti stornelli, talvolta improvvisati al momento, aventi per oggetto la fanciulla corteggiata da uno di loro. Ed erano ancora le donne le depositarie delle ninne nanne, delle favole, perch spettava loro allevare i neonati che, imprigionati e frignanti in strette fasciature, avevano bisogno di essere consolati dalla rassicurante voce della mamma. E poi, grandicelli, dalle favole.

La lingua usata era il dialetto, oggi impoverito per la perdita dei molti oggetti non pi in uso e per la sopravvenuta consuetudine di esprimersi in lingua italiana. Le persone che mi hanno aiutato in questo lavoro sono ancora custodi (forse gli ultimi) delle vecchie tradizioni, della parlata e della conoscenza delle storie del nostro antico paese. Bruno Sommovigo, nato nel 1912 (e purtroppo mancato qualche tempo fa) aveva memoria lucida e carattere metodico e pacato: mi ha narrato fatti accaduti a Biassa fino dal 1921 con ricchezza di particolari ancora ben chiari nella sua mente. Ideale Gianardi, “quasi” maestro, classe 1922, da un luogo privilegiato, la bottega, ha raccolto molto materiale al quale ho potuto attingere. Nei ritagli di tempo che gli lasciava libero la sua attivit, ha svolto una ricerca approfondita sul dialetto biasso raccogliendo in un ricco e preciso vocabolario ancora inedito oltre tremila vocaboli. Maria Scaglione, altra fonte preziosa di antiche tradizioni, nata nel 1912, ben rappresenta anche il simbolo della donna biassa, forte e coraggiosa: rimasta vedova a 23 anni si dedicata ai lavori dei campi a Tramonti sino all’et di 85 anni, poi si ritirata… per sopraggiunti dolori reumatici.

Ma ho ricevuto aiuto da molti altri biassi che incalzati dalle mie domande hanno rievocato ricordi sepolti da anni, come Ada Natale che, oltre ai ricordi che pi mi interessavano, riguardanti Biassa, mi ha recitato poesie imparate alle elementari nei primi anni del 1920 (Ada del 1914); e ancora Fernanda Bertano, una cordiale “signorina” del 1921 che con immutata vivacit ha intonato canzoni in biasso, imparate dai genitori.

 


Folclore Biasso

 

Pentin

Pentin i spazzeva ‘r camin

e i trvete ‘n catrin.

Aua, i disete, cu a me ghe catu?

S’a ghe catu i fighi sechi

me tuca btaghe i picli;

s’a me ghe catu e nuse

a ghe devu btae a gssa;

s’a me ghe catu i pumi

a ghe devu btae u rusin.

Dopu tantu pensae i decidete:

a me ghe cate i fighi sechi

e a mange piclu e ttu…

 

 

Pentin

Pentinpuliva il camino

e trov un soldo.

Adesso, disse, cosa ci compro?

Se ci compro i fichi secchi

devo buttare il piccilo;

se compro le noci

devo buttare la buccia;

se compro le mele

devo buttare il torsolo.

Dopo tanto pensare decise:

mi comprer i fichi secchi

e manger piccilo e tutto…

 

 

 

La volpe e il lupo

Raccontava la nonna: la volpe e il lupo erano molto assetati, ma il pozzo era ad un livello basso. Decisero perci di calarsi uno alla volta, trattenuto dall’altro per la coda. Arrivata al livello giusto la volpe bevve e torn al suo posto.

Si cal il lupo, trattenuto per la coda dalla volpe. Raggiunta l’acqua il lupo disse: “Cumae, a lapu (Comare, bevo)”. E la volpe pronta: “Cunpae, pe’ la cua a ve lassu (Compare, per la coda vi lascio)”. E se ne and mentre il lupo precipitava nel pozzo.

 

 

Sui Gianardi

Dei componenti della famiglia Gianardi, cognome molto diffuso a Biassa, si racconta che, nel passato, dopo la morte, venivano scrollati per tre volte, per avere la certezza che fossero veramente morti.

Nello “sfott” paesano avevano inventato questa canzonetta:

 

E purtelu bassu bassu

che e rame la ne lu ciapu,

ch’i ne faga da chel’anu

ch’i remasu tac ar castagnu.

 

Portatelo basso basso

che i rami non l’acchiappino,

che non faccia da quell’anno

che rimasto appeso al castagno.

 

(Nel trasportare la salma al cimitero).

 

 

 

 

A stoia de ma zeia veceta

L’ea de Carlev

i ravii i vureva f.

S’te vi fae i ravii

va a zercae cuse ghe v.

I s’ missu a caminae

e ben prestu a galupae.

Candu i st ‘n zima a ligia

schiaghe ‘r p e vatelu a pigia.

I se n’ and drentu a ‘n fossu

ttu crvertu de merda adossu.

I passa ‘n tre na via streta

e i persu a se bereta.

La l’ trv se zeia veceta.

I and da se zeia veceta

 che la ghe daga a se bereta,

a bereta la ne ghe v dae

se ‘r pan i ne ghe v a piae.

- Dunde a vagu per pan?

- Te vai ar furnu.

- Furnu, dame der pan.

- A ne te dagu de pan

se n’ te me dai a pasta.

- Dunde a vagu per pasta?

- Va daa mastra.

- Mastra, dame a pasta.

- A ne te dagu de paste

se n’ te me dai a faina.

- Dunde a vagu per faina?

- V ar muin.

- Muin, dame a faina.

- A ne te dagu de faina

se ne te me dai de gran.

- Dunde a vagu per gran?

- Te vai ar canpu.

- Canpu, dame ‘r gran.

- A ne te dagu de gran

se ‘n te me dai de ledame.

- Dunde a vagu per ledame?

- V dar porcu.

- Porcu, dame u ledame.

- A ne te dagu de ledame

se ne te me dai e giande.

- Dunde a vagu per giande?

- V au zru.

- Zru, dame e giande.

- A ne te dagu de giande

se ne te me dai er ventu.

- Dunde a vagu per ventu?

- V ar mae.

Er mae i me dete ‘r ventu, ‘r ventu a lu purtei au zru. U zru i me dete e giande, e giande a le purtei ar porcu. Er porcu i me dete u ledame, u ledame a lu purtei ar canpu. Er canpu i me dete ‘r gran, ‘r gran a lu purtei ar muin. Er muin i me dete a faina, a faina a la purtei aa mastra. A mastra la me dete a pasta, a pasta a la purtei ar furnu. Er furnu i me dete ‘r pan, ‘r pan a lu purtei aa zeia veceta, che la me dete a me bereta.

 

 

 

La storia di mia zia vecchia

Era di carnevale

i ravioli voleva fare.

Se vuoi fare i ravioli

vai a cercare l’occorrente.

Si mise a camminare

e ben presto a galoppare.

Quando arriv in cima alla frana

gli scivol un piede e vattelo a pigliare.

finito dentro ad un fosso

e si coperto di merda addosso.

passato in una strada stretta

dove ha perso la sua berretta.

L’ha trovata sua zia vecchietta.

And dalla zia vecchietta

che gli desse la sua berretta,

la berretta non gliela vuole dare

se non gli porta il pane.

- Dove vado per pane?

- Vai al forno.

- Forno, dammi il pane.

- Non ti d il pane

se non mi dai la pasta.

- Dove vado per pasta?

- Vai dalla mastra.

- Mastra, dammi la pasta.

- Non ti d pasta

se non mi dai farina.

- Dove vado per farina?

- Vai al mulino.

- Mulino, dammi la farina.

- Non ti d farina

se non mi dai grano.

- Dove vado per grano?

- Vai al campo.

- Campo, dammi grano.

- Non ti d grano

se non mi dai letame.

- Dove vado per letame?

- Vai dal porco.

- Porco, dammi il letame.

- Non ti d letame

se non mi dai ghiande.

- Dove vado per ghiande?

- Vai al cerro.

- Cerro, dammi le ghiande.

- Non ti d ghiande

se non mi dai vento.

- Dove vado per vento?

- Vai dal mare.

Il mare mi diede il vento, il vento portai al cerro. Il cerro mi diede le ghiande, le ghiande portai al porco. Il porco mi diede letame, il letame portai al campo. Il campo mi diede il grano, il grano portai al mulino. Il mulino mi diede la farina, la farina portai alla mastra. La mastra mi diede la pasta, la pasta portai al forno. Il forno mi diede il pane, il pane lo portai a mia zia vecchietta, che mi diede la berretta.

 

 

 

Canzoni

Gli adulti le cantavano ai piccoli tenendoli sulle ginocchia e facendoli dondolare.

 

Chesta ganba la ven da Ruma

se la ghe turna la se vergugna;

chesta ganba la ven de ‘n Spagna

se la ghe turna la se bagna.

 

Questa gamba viene da Roma

se ci ritorna si vergogna

questa gamba viene dalla Spagna

se ci ritorna si bagna.

 

 

Carlev i ‘n bl’umetu

i e corne cume ‘n becu

i i oci chi strapana

Carlev i v ‘n tra tana.

 

Carnevale un bell’ometto

ha le corna come un becco

ha gli occhi che bucano

Carnevale va nella tana.

 

 

Oppure:

Carlev i ‘n bl’umetu

i dui oci chi strapana

ma siben chi sia vecetu

i sauta l cume na rana.

 

Carnevale un bell’ometto

ha due occhi che bucano

ma sebbene sia un vecchietto

salta l come una rana.

 

 

La neva, la civa

a faemu na c nva

de ciungiu, de brunzu,

de merda de cuunbu.

 

Nevica, piove

costruiremo una casa nuova

di piombo, di bronzo,

di merda di colombo.

 

 

Duman l’ fsta

‘r prete i se vsta

i beva ‘n tre ‘n bucale

viva, viva carnevale.

A vagu de sutu

a fagu a facenda

a tiu a tenda

e poi me ne v.

 

Domani festa

il prete si veste

beve in un boccale

viva, viva carnevale.

Vado di sotto

faccio la faccenda

tiro la tenda

e poi me ne vado.

 

 

Baanza d’ou

che pesa ci ca l’ou

ou e argentu

che pesa ci de zentu…

 

Paranza d’oro

che pesa pi dell’oro

oro e argento

che pesa pi di cento…

 

 

Vga vga a vgagna

andeemu ‘nfina ‘n Spagna

e de ‘n Spagna e de ‘n spagnu

‘n tre l’ortu de l’Andreiu.

Andreiu i ne ghe trov

zinchezentu i n’ amaz

senza dane mancu ‘n po

sulu i me dete n’ussiu

per purtae ar me cagnu.

Er cagnu i f bau bau

a cutla atac ar pau

e er pau atac ar cu

Vatelo a piae cooz ‘n tru mu.

 

Voga voga la vogagna

andremo sino in Spagna

e di Spagna e di spagnolo

dentro l’orto di Andreolo.

Andreolo ci trov

cinquecento ne ammazz

senza darne nemmeno un po’

solo mi diede un ossicino

da portare al mio cagnolino.

Il cagnolino fa bau bau

la coltella attaccata al gancio

e il gancio attaccato al culo

vattelo a prendere laggi nel muro.

 

 

E l’anziano, serio, recitava:

Gisepe Zanbotu

‘n tren curpu

i ‘n mazete vintotu…

 

I bimbi con gli occhi spalancati, pensavano atterriti a chiss quali delitti.

Ma erano solo… mosche.

 

 

Indovinelli

Tra mzu a dua muntagne

passa ‘n cavalier cantandu.

I ‘r petu.

 

In mezzo a due montagne

passa un cavaliere cantando.

il peto.

 

 

A ne vagu a ltu cuntentu

s’ ne ghe lu metu ‘n parmu drentu.

I ‘r paletu.

 

Non vado a letto contento

se non glielo metto un palmo dentro.

il chiavistello.

 

 

Gh’ na cosa tra dua stanghe,

che la se meta tramzu ae ganbe;

la se mia a se fepa

se la l’ storta o se la l’ drita.

L’ a canpana.
 

C’ una cosa tra due stanghe

che si mette in mezzo alle gambe;

si guarda la sua fepa (?)

se ce l’ha storta o se l’ha dritta.

la campana.

 

 

N ser munte gh’ Micheu

i na ganba senza peu,

i ‘r capu, n’omu i ne l’,

‘nduvina cus’i .

I ‘r fnzu.

 

Sul monte c’ Michele

ha una gamba senza pelo

ha il cappello, ma uomo non

indovina che cos’.

il fungo.

 

 

‘N cestin de giancaa,

i v denanzi a chi che sia,

i v denanzi a prenzepi e re

l’ roba de cu ma merda la n’.

I ‘n cestin de vi.

 

Un cestino di bancheria,

va dinanzi a chicchessia,

va dinanzi a principi e re

roba di culo ma merda non .

un cesto di uova.

 

 

‘N ser munte de Lfete e Lfete

la ghe canta merlin e merlfete

i g’ a ganba verdulina

‘ntenditor che l’anduvina.

I ‘r merlu.

 

Sul monte di Lfete e Lfete

ci canta merlin e merlfete

ha la zampa verdolina

intenditor chi lo indovina.

il merlo.

 

 

Quando la pratica diventa…sapere.

Candu civa se gadagna de ci

a durmie ca andae ‘n tre tre.

 

Quando piove si guadagna di pi

a dormire che di andare (1) nelle terre.

 

(1) a lavorare

 

 

L’areliu der canpanin

i d a sveia ar matin.

 

L’orologio del campanile

d la sveglia al mattino.

 

 

La vaa ci n’ua de matin

ca ttu u restu du giurnu.

 

Vale pi un’ora del mattino (1)

che tutto il resto della giornata.

 

(1) per il lavoro nei campi

 

 

A burasca de matin la fa vegnie u seenn.

 

La burrasca del mattino fa venire il sereno.

 

 

A brinada la n’ busarda:

la ciama senpre o neve o aiga.

 

La brina non bugiarda:

chiama sempre neve o acqua.

 

(Si dice quando d’inverno si vedono i campi di

Biassa bianchi di brina).

 

 

Candu canta ‘r ccu

l’ bun stalu daperttu.

 

Quando canta il cuculo

si sta bene dappertutto.

 

( gi tempo di primavera).

 

 

Candu tuca a caantna

ogni anu i porta pena.

 

Quando arriva la quarantina

ogni anno in pi porta ulteriori acciacchi.

 

 

Che v vede u tenpu fin

maistrale aa sea e levantu aa matin.

 

Chi vuol vedere il tempo fine vento di

maestrale alla sera e di levante al mattino.

 

 

Che g’ ‘n bu zocu i se lu lassa de marzu.

 

Chi ha un bel ciocco (1) se lo lasci per marzo (2).

 

(1) per il caminetto

(2) Marzo imprevedibile…!

 

 

Marzu cagarzu fiu de ‘n cagadue te fai

paa ai povei e anca ci ai pastue.

 

Marzo “cagarzo” figlio di un cacatoio fai

paura ai poveri e ancor di pi ai pastori.

 

(Questo mese con la sua incostanza, fonte di freddo e miseria, sia per la improvvisa rigidit del clima che per le piogge. Inoltre, narrano le favole, si fece prestare cinque giorni da aprile, durante i quali, con diluvi e gelo, stermin le greggi).

 

 

Se marzu i ne marzeia,

avriu i marpenseia.

 

Se marzo non fa i capricci,

aprile fa pensare male.

 (Se marzo calmo c’ da preoccuparsi per aprile).

 

 

Marzu, chi ne p andae cauz,

vaga descauzu.

Che ghe n’ sulu ‘n pau, se ‘n cata n’autru.

 

Marzo, chi non pu camminare calzato, vada scalzo.

Chi ne ha soltanto un paio (1) se ne compri un altro.

 

(1) di scarpe

( riferito sempre all’incostanza di marzo).

 

 

N de mazu, n de mazun

ne te levae u te gipun.

 

N di maggio (1), n di “maggione” (2)

non ti togliere il tuo giaccone.

 

(1) inizio

(2) inoltrato

(Anche a maggio il freddo sempre in agguato).

 

 

Er fgu i bun treze mesi l’anu.

 

Il fuoco buono tredici mesi l’anno.

 

 

Nadau ‘n tru tizzun Pasca ‘n se ‘r barcun.

 

Natale nel tizzone (1) Pasqua alla finestra.

 

(1) accanto al fuoco

 

 

Nadau senza neve i ne vaa na grana de pvee.

 

Natale senza neve non vale un grano di pepe.

 

 

Per S. Andrea ‘r fredu i spaca a prea.

 

Per S. Andrea (1) il freddo spacca la pietra.

 

(1)   30 Novembre

 

 

Frevau crtu i pzu ca ‘n trcu.

 

Febbraio corto peggio di un turco.

( il mese pi freddo dell’anno).

 

 

S. Martin i leva musche e muscuin.

 

S. Martino toglie (1) mosche e moscerini.

 

(1) col freddo

 

 

Santa Cataina forte stela la ne p stae

se ne se rassena.

 

Santa Caterina forte stella (1) non pu stare se non si rasserena.

 

(1) il tempo

 

 

Per S. Luenzu l’ fatu a tenpu,

per San Rocu l’ st tropu.

 

Per (1) San Lorenzo (2) ha fatto in tempo,

per San Rocco (3) stata troppo.

 

(1) la pioggia

(2) 10 agosto

(3) 16 agosto

(In ritardo per riparare i danni della siccit).

 

 

A pusae la n’ vergugna

staghe tropu ne bisugna.

 

Posare (1) non vergogna,

per non bisogna starci troppo.

 

(1) un carico

 

 

Che g’ ci beu lin fa buna tea.

 

Chi ha il lino migliore fa buona tela.

 

 

Che g’ ‘n bu zocu i ‘n bu malocu.

 

Chi ha un bel ciocco ha un bel mucchietto.

 
(Se c’ l’accortezza di fare scorta di legna per l’inverno vi sicuramente la possibilit che in quella casa si risparmi qualche cosa).

 

 

Che n’ tsta i ganbe.

 

Chi non ha testa ha gambe.

 

(Per tornare a recuperare ci che ha dimenticato).

 

 

Cosa che ne p esse ‘n te la crede.

 

Cosa che non pu essere non te la credere.

 

 

L’n messe ite e vspei cant.

 

Son messe dette e vesperi cantati.

 

(Son cose ormai passate).

 

 

Libert de c sua la ghe scorla

‘r cu e a cua.

 

La libert (1) nella propria casa fa agitare il culo e la coda.

 

(1) che si ha

( bello scodinzolare quando si liberi in casa propria).

 

 

Nfina che i sassi i vagu ar fundu

i belinun i guvernean ‘r mundu.

 

Finch i sassi andranno a fondo,

gli imbecilli governeranno il mondo.

 

 

Per forza la ne se fa mancu l’as.

 

Per forza non si fa nemmeno l’aceto.

 

 

Pistae l’aiga ‘n tru murtau.

 

Pestare l’acqua nel mortaio.

 

(Fare un lavoro inutile).

 

 

Pistae na zidente ‘n tre ‘n zru.

 

Sbattere una saetta in un cerro.

 

(Eventualit remota perch il cerro di solito pi

piccolo degli alberi circostanti).

 

 

Ne spetae a mana dau celu.

 

Non aspettare la manna dal cielo.

 

(Datti da fare).

 

 

Miae e nun tucae l’ na cosa da ‘npae.

 

Guardare e non toccare una cosa da imparare.

 

 

Che ne se cuntenta der pogu

ne se cuntenta mancu de l’ass.

 

Chi non si accontenta del poco

non si accontenta nemmeno dell’assai.

 

(L’egoismo non ha limiti).

 

 

Che g’ menu rasun, loia ci forte.

 

Chi ha meno ragione, grida pi forte.

 

(E spesso la ragione la sua).

 

 

Che g’ a testa, p vegnighe a tigna,

che g’ ‘r corpu, p vegnighe a rugna.

 

Chi ha la testa, pu venirci la tigna,

chi ha il corpo pu venirci la rogna.

 

(Quindi non ti rallegrare del male altrui).

 

 

Per fae beve n’ase ghe vurete tta Ruma,

ma poi bevete sulu da na vcia bavsa.

 

Per fare bere un asino ci volle tutta Roma, poi bevve solo da una vecchia bavosa.

 

(A volte conta pi il buonsenso di tutto il sapere degli “esperti”).

 

 

Na pissada l’ na caminda.

 

Una pisciata una camminata.

 

(Dopo bisogna darsi da fare per raggiungere i

compagni che si sono allontanati).

 

 

Ninne Nanne

Nina nana curbeleta

che te mae l’ and aa messa

daa messa l’ and ar muin

la te purte u tetin

n grossu e n pecenin.

Chelu grossu te lu tetei

er pecenin te lu lasseai…

 

Ninna nanna “curbeleta”

che tua mamma andata a messa

dalla messa andata al mulino

ti porter la tetta

una grossa e una piccola.

Quella grossa la tetterai

quella piccola la lascerai …

 

 

De tina ‘n tinla

metemula ‘n bla

de bla ‘n belezza

metemula ‘n frezza.

 

Di tino in tinella

mettiamola in blla

di bella in bellezza

mettiamola in fretta.

 

 

A curpa l’ der ventu

ch’i caci z a cana

o Gigi fa a nana

che ‘r p i v durm.

 

La colpa del vento

che ha buttato gi la canna

o Gigi fai la nanna

che il babbo vuol dormire.

 

 

Bula, bula i taiain

daa sa ‘nfina aa matin.

Aa matin i n bul

ecu c’ te l’ tac.

 

Spiana spiana le tagliatelle

dalla sera sino al mattino.

Al mattino sono spianate

ecco che te l’ho attaccato.

 

(Si diceva al piccino quando era sfasciato.

Recitando la strofa si portava la mano ai genitali del bimbo come se lavorando la pasta per fare le tagliatelle si fosse fatto anche il “bigulin” del bimbo).

 

 

Chi ‘n guzzu d’iu

chi na pesla …

tuca mincla!

 

Qui una goccia d’olio

qui un pisello …

tocco il mento!

 

(Ai pi piccini con un dito si toccava la fronte e il naso e si dava un colpetto al mento).

 

 

Modi di dire scherzosi

C’ ‘u sde di cantuni

i g’an fatu l’aiga benedeta.

 

Con il sudore dei cantonieri

hanno fatto l’acqua benedetta.

 

(Tanto era pregiato perch raro).

 

 

De chelu che gh ne manca gnente.

 

Di quello che c’ non manca niente.

 

( ovvio).

 

 

Dopu chi n ftu l i n bt u stanpu.

 

Dopo aver fatto lui hanno buttato lo stampo.

 

 

Ne ghe srva ci n medeghi n ceseghi.

 

Non gli servono pi n medici n chirurghi.

( spacciato).

 

 

Pe falu sunae la ghe v vinti citi,

pe falu dermete la ghe v vinti franchi.

 

Per farlo suonare ci vogliono venti centesimi, per farlo smettere ci vogliono venti lire.

 

 

Er fmu i va dai bi.

 

Il fumo va dai belli.

 

un detto che risale ai tempi in cui in inverno le famiglie si riunivano davanti al focolare- senza canna fumaria - per scaldarsi).

 

 

Ventu fut, si ne p surtie daa buca,

i sorta dar c.

 

Vento fottuto, se non pu uscire dalla bocca, esce dal culo.

 

 

Pe stae mi dar mau de panza,

mia che te vaghi a cagae ‘n sa Lanza.

 

Per guarire il mal di pancia,

devi andare a cagare sulla Lanza.

 

(Localit di Schiara).

 

 

Se te vi che a mautia la se sana,

vuza l’ociu der cu aa tramuntana.

 

Se vuoi che la malattia guarisca,

volgi l’occhio del culo a tramontana.

 

 

A Mimuna la bala e la suna,

la tia ‘n petu, la maza ‘n galetu.

 

La Mimona balla e suona,

spara un peto, ammazza un galletto.

 

 

A ci bla cosa der mundu l’ spazzasse

‘r cu cu’ ‘n sassu retundu.
 

La pi bella cosa del mondo, pulirsi

il sedere con un sasso rotondo.

 

(Un ciottolo di mare. Si contentavano di poco!)

 

 

A g’ na bla fia tti i la vnu

e nessun la la pia.

 

Ho una bella figlia tutti la vogliono

e nessuno la prende (1) .

 

(1) in moglie

 

 
O zg e senpre vintu

cu ch cume a sun depintu.

 

Ho giocato e ho sempre vinto,

ecco qua come sono dipinto (1) .

 

(1) ridotto

 

 

Pipa, ’mue, da Biassa a Rimazue.

 

Fuma, amore, da Biassa a Riomaggiore.

 

(Fuma in continuazione)

 

 

Tia s merda ‘n castu.

 

Tira su merda nel castello.

 

(A quei ragazzini che non si soffiavano il naso)

 

 

Beig, curdin curdla

che te stai aa Funtanla.

 

Tizzone, curdin cordla

che abiti alla Fontanella.

 

(Beig un soprannome)

 

 

Beig curdin curdla,

’n te levae daa Funtanla

che a vaca l’ fatu ‘r b.

Si u t a te lu daemu,

si u nostru a lu tegniemu.

 

Tizzone curdin curdla,

non ti togliere dalla Fontanella

perch la mucca ha fatto il bue.

Se il tuo te lo daremo,

se il nostro ce lo terremo.

 

( una variante della prima. Fontanella una localit di Biassa. La filastrocca si recitava agitando un tizzone in cerchio).

 

 

’R castu i tia sassi.

 

Il castello tira sassi.

 

(Non c’ pi nulla da mangiare.

Sembra che questo detto provenga dalla distruzione del castello di Carpena.

Non avendo pi nulla per contrastare l’assalto dei genovesi, gli assediati tiravano contro di loro le pietre del castello).

 

 

 

Canzonette biasse

‘N ser munte la gh’ ‘n camin che fma

i ‘r ce der me amue che se cunsma.

Si se cunsma lssau cunsmae

i ‘r ce der me amue chi v brusae.

 

Sul monte c’ un camino che fuma

il cuore del mio amore che si consuma.

Se si consuma lascialo consumare il cuore del mio amore che vuole bruciare.

 

 

Altra variante:

‘N ser munte la gh ‘n camin che fma

i ‘r ce der me amue che se cunsma.

I se cunsma pogu a pogu a pogu

cume a legna verde ’nturnu ar fgu.

 

Sul monte c’ un camino che fuma

il cuore del mio amore che si consuma.

Si consuma poco a poco a poco

come la legna verde vicino al fuoco.

 

 

A ne me voi levae da sta panca

‘nfina che ‘r me amue i ne se vanza.

 

Non mi voglio togliere da questo palo

finch il mio amore non si affaccia.

 

 

Arba der barcun, fusti ‘n tre ‘n furnu

che t’i senpre sar de note e giurnu.

 

Anta della finestra, che tu fossi in un forno

perch sei sempre chiusa notte e giorno.

 

(Per cui io non posso vedere la mia bella).

 

 

‘N tru chinae a sca, t’i rutu ‘n tstu,

ruvina de c meia te l’i sta prestu.

 

Nello scendere la scala hai rotto un testo, rovina di casa mia lo sei stato presto.

 

(Al fidanzato)

 

 

Fela balae che l’ chela dai pei

fela balae che di pei la ghe n’.

La n’ na corba sutu au ltu

e na panea sutu au scus.

 

Fatela ballare che quella dai peli (1)

fatela ballare che di peli (2) ne ha (3) .

Ne ha una corba sotto al letto (4)

e una cesta sotto al grembiule (5) .

 

(1) o dalle pere?

(2) o pere?

(3) tanti

(4) pere

(5) peli

(Doppi sensi)

 

 

Ai paenti

ghe scorla i denti

de pulenta

i ne ‘n pn mangi.

Cu’ i mangeavu?

Sauzissa e bacal

carne de porcu.

 

Ai parenti

scrollano i denti

di polenta

non ne possono mangiare.

Cosa mangerebbero?

Salciccia e baccal

carne di maiale.

 

(Era una canzonatura sulle eccessive esigenze dei parenti stretti)

 

 

A me sun ‘nnamu de dua sule

de na a l’autra a ne s chi piae:

na la me paa ‘n po’ ci bla

de l’autra a ne me possu destacae.

A Cataina la me paa ci fina

ma u spassu der me ce l’ a Marina.

 

Mi sono innamorato di due sorelle

dell’una o l’altra non so chi scegliere:

una mi sembra un poco pi bella

dell’altra non mi posso allontanare.

La Caterina mi sembra pi fine

ma lo spasso del mio cuore la Marina.

 

 

O che fortna t’ai av Maa

che da Biassa t’i and ‘n Canpia,

o che fortna t’i av Angeina

che de ‘n muntagna t’i and a mana.

 

O che fortuna hai avuto Maria

che da Biassa sei andata a Campiglia,

o che fortuna hai avuto Angelina

che dalla montagna sei andata alla marina.

 

 

Er me ame i me l’ mand a die

sa ne sun morta c’ possa muie;

me a ghe n’ mand a die na ci bla

che s’ n’ mortu i fsse sutu tra.

 

Il mio amore me l’ha mandato a dire

se non son morta che possa morire;

io gliene ho mandato a dire una pi bella

se non morto fosse sotto terra.

 

 

Er me amue i ne v ci c’a canta

perch gh’ morta a se cavala gianca,

ma se ghe fusse morta a vaca e ‘r b

a voi cantae pe despetu s.

 

Il mio amore non vuole pi che canto

perch gli morta la cavalla bianca,

ma se gli fosse morta la vacca e il bue

voglio cantare per dispetto suo.

 

 

A rama der perseghin la l’ na rama

l’ anca ci bu ‘r visu da me dama,

a rama der perseghin l’ ‘n bu fie

ma l’ ci bu ‘r visu der me amue.

 

Il ramo del peschetto un bel ramo

ancora pi bello il viso della mia dama,

il ramo del peschetto un bel fiore

ma pi bello il viso del mio amore.

 

 

Bla, pe ’n arepu a te ghe tgnu

candu a ne s dunde andae da te a vegnu.

 

Bella, per un ripiego io ti tengo

quando non so dove andare vengo da te.

 

 

- Voia de lavuae sautame adossu

lavua t, padrun, che me a ne possu...

- Lavua te, garzun, che me a te pagu.

- Lavua te, padrun, che me a m’en vagu...

 

- Voglia di lavorare saltami addosso

lavora tu, padrone, che io non posso...

- Lavora tu, garzone, che io ti pago...

- Lavora tu, padrone, ch’io me ne vado...

 

 

Canzoni cantate dalla Maia che, assieme a Giuvanin, nei primi anni del Novecento si recavano, vestendo i costumi Biassei con i nomi di Battistun e Maia, al carnevale in citt. Spesso erano invitati in una sala da ballo in viale Garibaldi dove si esibivano in canti e balli biassi.

 

L’ea a festa der paiese,

Carlev da festegiae

mentre i stevo tti ‘n pase

l’ cunparso ‘n grossu can.

L per l che gran spaventu,

che scapeva de z e de l

ma dopu, ttu ‘n tre ‘n mumentu,

i s’nu tti afratel,

Batistun cun a Maia,

a mazurca i n bal.

 

Era la festa del paese,

si festeggiava carnevale

mentre stavano tutti in pace

comparso un grosso cane.

L per l che gran spavento,

chi fuggiva di qu e di l

ma poi tutto in un momento

si sono tutti affratellati,

Battistone con la Maria,

hanno ballato la mazurca.

 

 

A prima note ca durmi cun er me amue

i me la fete na poa ptana:

i me fete vede ‘n cosu lngu e grossu

chi me arivete ‘nfina ar canaozzu.

A note dopu a ghe resegundei

ma ‘nvece de patighe, a ghe gudei.

 

La prima notte che dormii con il mio amore mi fece una paura puttana:

mi fece vedere un coso lungo e grosso

che mi arriv sino al gargarozzo.

La notte dopo replicai

ma invece di patire, godetti.

 

 

L’ea de Biassa,

la fieva cun a ruca

nessn la la tuca,

che la faga l’am.

 

Era di Biassa,

filava nella rocca

nessuno la tocchi,

che faccia l’amore.

 

 
‘R me amue i de Vilafranca

i ne v n ca m’arida n ca canta

alua me a ghe l’ itu e a ghe l’ mand a die

si n’ anca mortu ch’i possa muie.

Che me de chesti pati a n’en voi fae,

chelu che me basa i me deve spusae.

 

Il mio amore di Villafranca

non vuole n ch’io rida n ch’io canta

allora gliel’ho detto e gliel’ho mandato a dire

se non ancora morto potesse morire. Di questi patti io non ne voglio fare, quello che mi bacia mi deve sposare.

 

 

La Caneta, una vecchia di Biassa, cantava e piroettava con le mani sulle anche:

 

Tte e ble la vanu e la venu

ma a me Brneta a ne la vedu mai,

la se l’ purt via ‘r fuesteu

a ne s si l’ purt a san Veneu.

A san Veneu a la devu andae a piae

che a me Brneta a nessun a la voi dae.

 

Tutte le belle vanno e vengono

ma la mia Brunetta non la vedo mai,

l’ha portata con se il forestiero

non so se l’ha portata a san Venerio.

A san Venerio devo andare a prenderla perch la mia Brunetta non la voglio dare a nessuno.

 

 

Altre canzoni:

Me a sun chi ‘n Rebui c’a fagu l’erba

‘u Simun i a picae a l’aiga freda.

 

Io sono qui in Reboi a fare l’erba

Simone a scalpellinare all’acqua fredda.

 

L’innamorata era a Reboi (sopra Monesteroli) a fare l’erba per le pecore; il suo innamorato era nella cava dell’Acqua Fredda (lo scalo di Fossola).

 

 

O Bacicin vatene a c

o Bacicin vatene a c

o Bacicin vatene a c

te mae t’aspeta.

La t’ lass u lme ‘n sa sca

la t’ lass u lme ‘n sa sca

la t’ lass u lme ‘n sa sca

e a porte averta.

Se la m’aspeta a g’ande

se la m’aspeta a g’ande

se la m’aspeta a g’ande

duman matina.

 

O Bacicin vattene a casa

o Bacicin vattene a casa

o Bacicin vattene a casa

tua madre ti aspetta.

Ti ha lasciato il lume sulla scala

ti ha lasciato il lume sulla scala

ti ha lasciato il lume sulla scala

e la porta aperta.

Se m’aspetta ci andr

se m’aspetta ci andr

se m’aspetta ci andr

domani mattina.

 

 

Candu l’omu i vciu

i persu e se vert,

e ganbe la ghe fan fricheta

i cuiun i ghe caiu z.

 

Quando l’uomo vecchio

ha perso le sue virt,

le gambe gli tremano

i coglioni gli cascano gi.

 

 

‘N piatu de menestra

e ‘n fiascu de vin bun

vne o Nineta

ch’ faemu culaziun (o chel’aziun).

 

Un piatto di minestra

e un fiasco di vino buono

vieni o Ninetta

che faremo colazione (1) .

 

(1) o quell’azione

(Anche qui giochi di parole, allusioni).

 

 

A canzun de Mazu.

A vui Suntna (Maa, Chechna, ecc.)

zvena de la casa “maggior di voi”

Diu ve mantgna, Mazu ve vgna.
Sa me dessu ’nvu da vostra gaina

Diu ve la sarvi da lepurina,

sa me dessu na furmaita

der vostru bancu

Diu ve lu sarva st santu Nadau.

 

La canzone di Maggio.

A voi Assunta (Maria, Francesca, ecc)

giovane della casa maggior di voi

Dio vi mantenga, Maggio a voi venga.

Se mi deste un uovo della vostra gallina

Dio ve la salvi dalla faina,

se mi deste una formaggetta

della vostra cassapanca

Dio ve la salvi (1) per questo santo Natale.

 

(1) il contenuto

 

 

 

A Biassa il “Canto del Maggio” si svolgeva seguendo un itinerario che comprendeva tutto il paese, casa per casa. Numerosi uomini (per il controcanto suddivisi in due gruppi) dedicavano il canto ad una delle donne di ogni famiglia di Biassa. Dopo avere trascorso tutta la notte a cantare, il mattino seguente passavano a raccogliere ci che ogni famiglia poteva offrire loro. Il ricavato serviva a preparare un pranzo per i partecipanti alla festa, tradizione mantenuta con alcune modifiche sino agli inizi degli anni ‘80. Dal dopoguerra il canto era questo:

 

Vieni bel maggio vieni

vieni tutto fiorito

vieni bello e gradito

il mondo a rallegrar.

 

E se non ci credete

che maggio sia venuto

guardate dappetutto

in mezzo all’erba e ai fior.

 

Il contadin ritorna

ai campi abbandonati

le pecorelle ai prati

i pescatori al mar.

 

Or che maggio venuto

salutiamo il padrone

che porti un bottiglione

di vin che fa cantar.

 

Tutti formiamo un circolo

armati di coraggio

cantiamo evviva, evviva maggio

viva la giovent.

Port pan e formaggio

qualche scudo d’argento

per fare il cuor contento

a questi cantator.

 

Ecco la bella fante

si affaccia alla finestra

con una rosa in testa

saluta i cantator.

 

Ecco le alleata

Cesira e Parmicella

... la pi bella

delle pi belle ancor.

 

Minotu

Domenico Bertani detto Minotu (1876 - 1968) stato l’ultimo dei poeti dialettali di Biassa. Le sue canzoni ironiche prendevano di mira principalmente le donne del paese delle quali cantava i pregi e i difetti con parole semplici ma che colpivano nel segno. Era scapolo e la sera, seduto sul muretto della “puzza” davanti alla sua cantina a Schiara, cantava “alla distesa” le sue canzoni, portandosi la mano all’orecchio, a imbuto, per cercare di sentire le sue stesse parole, perch era sordo. Era eccezionale nel costruire muretti a secco e cisterne per la raccolta dell’acqua piovana, malgrado lo scarso materiale esistente sul posto.

 

Sta zuventa muderna la va a netezae,

la tia s a fuieta

ma u sassetu la u lassa stae.

 

Questa giovent moderna va a nettezzare (1) ,

raccoglie la fogliolina

ma il sasso lo lascia stare.

 

(1) pulire i campi di Tramonti

(Fa troppa fatica a raccoglierlo!)

 

 

Tte e ble de chestu cunturnu

la stanu s de ‘n ltu a mezugiurnu.

Dopu la partu, la vanu per legne

la venu aa sea ar ciaue de stele.

 

Tutte le donne qu d’intorno

si alzano da letto a mezzogiorno.

Dopo partono, vanno a raccogliere la legna

ritornano alla sera al chiarore delle stelle.

 

(Cosa avranno fatto durante questo tempo?)

 

 

L’ariva u tenpu de zzapae

‘r carateo da sbarazzae.

Te lu meteai sutu aa grundaa

che se la civa i se venci-.

 

Inizia il tempo della zappatura (1)

occorre svuotare il caratello (2).

Lo metterai sotto alla grondaia

in modo che se piove si riempir.

 

(1) a Tramonti

(2) vendere il vino

(L’acqua a Tramonti serviva pi del vino)

 

 

Ne se p ci parlae aa fia der me visin

da cando la la v ‘r Bertulin.

Bertulin, ne fae da ricu

ste ‘nverni ‘n tucafissu!

 

Non si pu pi parlare alla figlia del mio vicino da quando fidanzata con il Bertolino.

Bertolino, non fare il ricco

sette inverni uno stoccafisso!

 

(Uno stoccafisso - pesce secco che si mangia generalmente in inverno - gli durava sette anni!)

 

 

‘N tra note de Nadau

aa scrinciacu gh’ vegn mau.

A mezanote l’ part

cun ‘r mateu de se ma.

Per fasse ‘r curedin

l’ and pe sodi dau Luigin.

Candu u Luigin i ghi zzerc

la g itu che la ne ghe n’.

“Se te vi ‘n po’ de pisun

andemu ‘n zzima au Turiun,

a l’aia fina ‘n mzu ai pin

a faemu pari di catrin”.

“Caa me dona cheste cose la ne se fan

a g’ i me fanti au Tuetu senza pan,

se te senta a Giucunda

cun dui cauzi la te sfunda”.

 

Durante la notte di Natale

alla saltaculo venuto male.

A mezzanotte partita (1)

con il mulattiere di suo marito.

Per farsi il corredo

andata per soldi da Luigino.

Quando Luigino glieli ha chiesti

gli ha detto che non ne aveva.

-Se vuoi un poco di pigione (2)

andiamo sul Torrione,

all’aria pura in mezzo ai pini

faremo pari dei quattrini-

-Cara donna queste cose non si fanno

i miei bimbi sono al Toetto (3) senza pane (4),

se ti sente Gioconda (5)

con due calci ti sfonda.

 

(1) all’ospedale

(2) un acconto

(3) localit della Fossola

(4) niente da mangiare

(5) la moglie di Luigino

 

 

 

Questa canzone (della quale non rimane che una parte) era destinata ad una donna che non voleva saperne di lui. Per vendicarsi si era inventato questa ironica situazione…

 

Nuova storia del Gianberl” del Maestro Bertani Domenico

Il Gianberl du Scoglio

i sta s aa matina

e i scritu per posta

a na bla sartina.

 

E ci mandato a dire

che sta troppo distante

per scendere la Gaitarola

la ci fa mal le gambe.

Io ho sentito dire

che hai compr il fischietto

ma se hai piacer che ti amo

scrivimi un po’ pi spesso.

 

O caro Gianberl

il nome l’hai con te

ma cambia quel pensiero

e non pensar pi a me.

 

Purtroppo me ne infuto

non v pi far lavori

ma quelli che mi vuole

son tutti suonatori.

 

Hai avuto il coraggio

di scrivere a me

ma tu sei troppo brutto

cosa ne f di te.

 

Quando ti vedo in viso

non ti posso guardar

mi sembri un brutto rizzo

che nasce nel canal.

 

Ma vieni a casa mia

che ti dar quel foglio

non ho altro che in mente

o Gianberl du Scoglio.

 

Ma venir Natale

per vuotare bottiglioni

quello che vuol dei fiaschi

vada da Gianberloni.

   
 

Biassa, 3 marzo 1910

 

 

 

 

Poesie

A simia ch’ n’piazza

la d ‘r mendu a chi che passa

la se zia denanzi e dendar

la i tti tac a le.

 

La scimmia che in Piazza (1)

sfotte quelli che passano

si gira davanti e di dietro

li ha tutti attaccati a lei.

 

(1) Cavour

 

 

A Rimazue la gh’ na lizza

u diavu i se g’adrizza

i se g’adrizza dendar

i venu tti tac a me.

I se g’adrizza ‘n ser barcun

u diavu i ‘n pogu de bun.

 

A Riomaggiore c’ una quercia

il diavolo vi si erge

vi si erge dal didietro

vengono tutti attaccati a me.

Egli si erge sulla finestra

il diavolo un poco di buono.

 

 

Variante della precedente

A Rimazue la gh’ na lizza

u diavu i se g’apizza

i se g’apizza pe’ u timun

i porta via cativi e bun.

 

A Riomaggiore c’ una quercia

il diavolo vi si attacca

vi si attacca per il timone

porta via cattivi e buoni.

 

 

‘R muin i maseneva

e Patla i giastemeva,

sorta fa u Lasagnin:

-Cuse gh’ chesta matin,

la s’ gastu ‘r me muin. -

Dar burdlu ch’i n fatu

s’ arest anca ‘r can e ‘r gatu.

 

Il mulino macinava

e Patla (1) bestemmiava,

esce fuori (2) il Lasagnin (3):

-Cosa c’ questa mattina,

mi si guastato il mulino.-

Dal chiasso che hanno fatto

si svegliato anche il cane e il gatto.

 

(1) Gio Batta Cidale

(2) dal mulino

(3) Gaspare Callegari, proprietario del mulino

 

 

Oimem c’a sentu frize

l’ me mae che fa i fressi

la n’ fatu ‘n piatu e mzu

oimem ca ne ’n ass.

 

Oimem che sento friggere

mia mamma che fa le fritelle

ne ha fatto un piatto e mezzo

oimem che non ne ho abbastanza.

 

 

Gunla de trei tei

carbun de sassu

a testa sparpai

senza cuazzu.

 

Gonna di tre teli

carbone di sasso

la testa sparpagliata

senza cercine.

 

(Il senso dei versi oscuro).

 

 

Candu me pae

i piete me mae

banche e bancheti

i fetu balae.

A me credeva

ch’i fessu i gnocchi

‘nvece i eu de sutu

ch’i fevu a cazzoti.

 

Quando mio padre

spos mia madre

panche e panchetti

fecero ballare.

Mi credevo

che facessero gli gnocchi

invece eran di sotto

che facevano a cazzotti.

 

 

Miseia e puvert

l’en dua suele

cun a fame e a sede

l’en catru cose ble.

 

Miseria e povert

son due sorelle

con la fame e la sete

son quattro cose belle.

 

 

O cuc daa barba gianca

canti agni a cantu anca

se n’ te me disi a veit

a te robu a te cu.

 

Cuculo dalla barba bianca

quanti anni campo ancora

se non mi dici la verit

ti rubo il nido.

 

(Quando in primavera il cuculo lanciava il suo canto dalla “Piaza” o da altre localit intorno a Biassa, i bimbi lo interrogavano gridando questa cantilena ed il cuculo continuava il suo canto. In base ai “cuc”, che alla fine dei versi gridati ad alta voce il cuculo continuava a cantare, il bimbo “sapeva” quanti anni gli restavano da vivere...!)

 

 

A zopa da Cudia

i l’n purt ar Muntau,

candu l’ st a Leme

i l’n caci ‘n tru canau.

La g’ava n’unbrelin,

i se gh’ fatu ‘n trei tochi,

candu l’ st aa Madona

la feva ‘r vrsu ai zopi.

 

La zoppa di Codeglia

l’hanno portata a Montenero,

quando arrivata a Lemmen

l’hanno gettata nel canale.

Aveva un ombrellino

che si rotto in tre pezzi,

quando arrivata alla Madonna

faceva il verso agli zoppi.

 

 

 

La Madona der Muntau (Madonna di Montenero) sopra Riomaggiore ed era consuetudine che gli abitanti dei paesi al di l del Parodi e quindi anche Codeglia nel comune di Ricc, nella ricorrenza della festa si recassero al santuario scendendo la Scalinata Santa posta nel versante a mare del Parodi. Evidentemente, per i biassei che pure partecipavano a questa festa, la loro presenza era motivo di canzonatura.

 

Na furmigua l’andete ar furnu,

gaavn ghe va d’enturnu.

-Gaavn dunde te vai?

-Ganba gianca a voi tucae.

-Ganba gianca ne te tucheai

‘nfina che spusa te ne m’aveai.

 

Una formica and al forno,

scarabeo gli va dintorno.

-Scarabeo dove vai?

-Gamba bianca voglio toccare.

-Gamba bianca non toccherai

finch sposa non mi avrai.

 

 

A te l’ ditu, barca vcia

che te ne staghi a partie de sea,

i te l’n ruta a ciminea

er vapure i ne parta ci.

 

Te l’ho detto, vecchia barca

di non partire di sera,

ti hanno rotto la ciminiera

e la nave non parte pi.

 

 
La m’ morta a me vecta

a ’n pi na zuventa

a g’ itu refame u ltu

la m’ itu brtu vciu

a g’ itu spazzame a c

la m’ itu vatene ‘n l

a g’ itu csame a zena

la m’ ti a cadena

a g’ itu csame a fgazza

la m’ ti a ciapa.

 

morta la mia vecchia moglie

ho sposato una giovanetta

gli ho detto di farmi il letto

mi ha risposto brutto vecchio

gli ho detto di scopare la casa

mi ha risposto vattene in l

gli ho detto di cuocere la cena

mi ha tirato la catena

gli ho detto di cuocermi la focaccia

mi ha tirato la lastra.

 

 

A sun and a Ruma pe u Giubilu

dar papa a me n’andei a cunfessae,

a prima cosa ch’i m’avete a die

i me lu disete s’a fagu l’amue.

A ghe disei “Padre signurs

ar me paiese i fan tti cuss”

i me lu disse “Fantina beata

se te ne lassi l’amue t’i adanata”

i me lu disse “Fantina de Dio

falu, l’amue, c’a l’ fatu anch’io”.

 

Sono andata a Roma per il Giubileo

dal papa sono andato a confessarmi,

la prima cosa che ebbe a dirmi

mi disse se facevo l’amore.

Gli risposi “Padre signors

al mio paese fanno tutti cos”

mi disse “Ragazza beata

se non la smetti sarai dannata”

mi disse “Ragazza di Dio

fallo, l’amore, che l’ho fatto anch’io”.

 

 

Lazan de Franza

ch’i munta pe a Lanza

pe a Lanza e pe i pin

i ciameva San Martin

San Martin i ne gh’a

la gh’a a Diana

la suneva a canpana

a canpana tta ruta

trei dunzle gh’a sutu:

na la fiva

l’autra la ‘nnaspeva

na la feva i capi de pia

per mandali a batia

a batia de san Michu

l’ea gista e ben pes

e biadu che lu sa.

 

Lazzarino di Francia

che sale per la Lanza

per la Lanza e per i pini

chiamando San Martino

San Martino non c’era

c’era Diana

che suonava la campana

la campana era rotta

tre donzelle c’erano sotto:

una filava

l’altra annaspava

una faceva i cappelli di paglia

per mandarli alla battaglia

la battaglia di san Michele

era giusta e ben pesata

e beato chi lo sar.

 

 

Se ‘r papa i me desse tta Ruma

e i me disesse “lassa andae che t’ama”

me a ghe diai de “nu, sacra curuna”

la vaa ci ‘r me amue ca tta Ruma!”

 

Se il papa mi donasse tutta Roma

e mi dicesse “lascia andare chi t’ama”

io gli direi di “no, sacra corona,

vale pi il mio amore di tutta Roma”.

 

 

Trei teguli, trei teguli e ‘n madun,

l’arosto, ’n tru furnu, i ci bun...

 

Tre tegole, tre tegole e un mattone,

l’arrosto (1) dentro al forno, il pi buono...

 

(1) cotto

 

 

A pigrizia

A pigrizia la and ar mercatu

e i coi la li conpr.

Mezzogiurno i ea sonato

cando a ca l l’ariv.

Rava l’ssio, zenda ‘r fgu,

dopu la se repos

e ‘ntanto, a pogu a pogu,

anca u s i tramunt.

 

La pigrizia

La pigrizia and al mercato

ed i cavoli compr.

Mezzogiorno era suonato

quando arriv a casa.

Apre l’uscio, accende il fuoco

poi si ripos

ed intanto a poco a poco,

anche il sole tramont.

 

 

 

A crucifissiun de Ges

 

- Mae meia a voi andae a spassu.

- Fiu meiu ne ghe stae andae

che ghe sa i gidi n’ mzu a via

chi te vurn ligae e purtae via.

- Me di gidi a ne n’ de paa.

- Cangiate alua ‘r vestidu pe andae

e dime l’ua

e ‘r mentu che te devi turnae.

- Candu a ved a lna auta andae

mae meia ne me st ci aspetae.

A Madona la vedete a lna auta andae

ma se fiu la ne lu vedete turnae.

Alua la chinete e scae

e candu la arivete visin a chele sce porte

la piete ‘n sassu e la le ciuchete forte.

- Che l’ chela cagna che cioca e me porte?

- A ne sun n cagna n gidea

a sun a ci dona buna ca ar mundu sia.

Alua chinete z ‘n gidu cun ‘n pau de fru e i lu dete ‘n tru muru aa Madona.

U nostru Signue alua i disete:

- O cani o cani, lass stae ma mae,

sa chino z a ve fagu sprufundae.

- Ste fussi chelu Diu che te ten d’sse

te chineessi z e te lu faessi.

I destachete ‘n brazu daa cruse e in fete sprufundae zinchezentu.

Po a Madona la andete ai p de se fiu e la ghe disete:

- O fiu, dime che grazia te vi, basta che te te levi da chela cruse.

- And trei giurni e trei noti ai p der Prgatoiu per me.

Candu la revegnite la disete:

- O fiu meiu te m’i itu na grande busia: a ghe sun sta trentatrei giurni e trentatrei noti.

- No, mae, a ne v’ itu nessuna busia, l’n e pene che l’n tante lnghe.

 

 

La crocefissione di Ges.

 

- Madre mia voglio andare a spasso.

- Figlio mio non andarci

che ci saranno i giudei in mezzo alla strada

che ti vorranno legare e portare via.

- Io dei giudei non ho paura.

- Allora cambiati d’abito

e dimmi l’ora

e il minuto di quando ritorni.

- Quando vedrete alta la luna

madre mia non state pi ad aspettarmi.

La Madonna vide la luna salire in alto

ma non vide il suo figliolo tornare.

Allora scese le scale

e quando arriv a quelle scure porte

prese una pietra e le picchi forte.

- Chi quella cagna che bussa alle mie porte?

- Non sono n cagna n giudea

sono la pi buona donna che sia al mondo.

Allora scese un giudeo con un palo di ferro e lo diede sul viso della Madonna.

Il nostro Signore disse:

- O cani o cani, lasciate stare mia madre,

se scendo dalla croce vi faccio sprofondare.

- Se tu fossi quel Dio di cui ti vanti di essere

scenderesti dalla croce e lo faresti.

Ges stacc un braccio dalla croce e ne fece sprofondare cinquecento.

La Madonna si rec ai piedi di suo figlio e gli disse:

- Figlio mio, dimmi che grazia vuoi per farti togliere dalla croce.

- Andate tre giornie tre notti ai piedi del Purgatorio per me.

Quando ritorn lo rimprover:

- Figlio mio mi hai detto una grossa bugia: ci sono rimasta trentatre giorni e trentatre notti.

- No, madre, non vi ho detto nessuna bugia, sono le pene che sono tante lunghe.

 

 

 

Maa Madalena

 

Maa Madalena stoia bla

de Marta e de Lazau l’ea sula.

Candu se pae i vegnite a mue

‘n bu palaziu i lassete a Madalena.

A c d’ou e d’argentu l’ea tta cena

ma Madalena la ne s’en procpeva

e pe e se cnbee la se spasseieva.

‘N giurnu la vedete u Signue pe a via andae

e Madalena la chinete e scae.

- O Maestru a me perdun i me pecati?

- Madalena i te pecati i n z perdunati.

- Cume a fe a perdunae i me pecati

che a ghe n’ ci me ca ’n animau?

- Madalena ne fae ci de pecati

che chei che t’i fatu i n sta perdunati.

Cun e te lagrime te m’i lav i p

e cun e te trezze te mi i asg.

Alua la se n’andete e candu la arivete a n’autra via, la trvete se suela Martuina.

La ghe disete: - O Madalena, dunde t’i sta cuss tantu, che l’ mortu nostru fr Lazzau? Se te gh’i t forsi i ne muiva. Alua la se fete ‘nsegnae a seporta e

cun i se cianti e i se lamenti

la fete cianze Diu uniputente.

U Signue pe daghe u se cunfortu

i fete suscitae Lazzau ch’i ea mortu.

Mentre che ar mundu Lazzau i steva,

autru che cianze i ne feva.

Alua u Signue i ghe disete: - Cume mai te cianzi senpre, Lazzau?

I ghe fete: - A voi save Signue cante voute a devu ancua muie.

U Signue i ghe respundete: - Na vouta sula.

U Signue i spieghete a l’Avangu mai ci morti a fa suscitae.

 

 

Maria Maddalena.

 

Maria Maddalena storia bella

di Marta e di Lazzaro era sorella.

Quando mor suo babbo

lasci un bel palazzo a Maddalena.

La casa era piena d’oro e d’argento

ma Maddalena non ne ne preoccupava

e per tutte le camere passeggiava.

Un giorno vide il Signore nella strada

e Maddalena scese le scale.

-Maestro, mi perdonate i miei peccati?

-Maddalena, i tuoi peccati sono gi perdonati.

-Come fate a perdonare i miei peccati

che ne ho pi io di un animale?

-Maddalena, non fare pi peccati

che quelli che hai fatto sono stati perdonati:

-Con le tue lacrime mi hai lavato i piedi

e con le tue trecce me li hai asciugati.

Allora se ne and e quando arriv a un’altra strada, trov sua sorella Marta.

Gli disse: -O Maddalena, dove sei stata cos tanto, che morto nostro fratello Lazzaro? Se eri presente forse non moriva. Allora si fece insegnare la sepoltura e

con i suoi pianti e i suoi lamenti

fece piangere Dio onnipotente.

Il Signore per mostrargli il suo conforto

fece resuscitare Lazzaro che era morto.

Mentre che Lazzaro stava al mondo

non faceva altro che piangere

Allora il Signore gli disse: - Come mai piangi sempre, Lazzaro?

Gli rispose: - Voglio sapere o Signore, quante volte devo ancora morire.

Il Signore gli rispose: - Una volta sola.

Il Signore, spieg il Vangelo, mai pi morti far resuscitare.

 

 

 

Giochi di Bimbi

 

Conto

Bim bum ba

tucafissu e bacal

e pulente cumed

bim bum ba.

 

Bim bum ba

stoccafisso e baccal

e polenta in umido

bim bum ba.

 

(I bimbi in tondo contavano a chi toccasse andare per primi a nascondersi).

 

 

Giuramento

Cruse de becu

bata ‘n tru stecu.

 

Croce di becco

batti nello stecco.

 

(Era un giuramento per affermare la sua onest e sincerit).

 

 

Discordia

Gancia didu

 

Aggancia il dito.

 

(Innocente formula per la rottura dei rapporti tra due bambini).

 

 

Fae a cumae

 

Giocare alla comare.

 

(Da parte delle bimbe).

 

 

Fae a gantasse.

 

Giocare ad acchiapparsi.

 

(Rincorrersi l’un l’altro, tra bambini).

 

 

Fae a ciatasse

 

Giocare a nascondino.

 

 

Fae l’esca

 

Gioco basato sul tentativo scherzoso di abbassare i pantaloni al compagno.

 

 

A stemana

Lned i andete da marted,

per vede se marcurd i avesse visto zbia

per die ar vernard chi diga au sabu

che dumenega l’ festa.

 

La settimana

Luned and da marted,

per vedere se mercoled avesse visto gioved per dire a venerd che dica a sabato

che domenica festa.

 

(E i bimbi cos imparavano i giorni della settimana).

 

 

Giln

Durante i temporali, quando il brontolio del tuono si fa insistente sino a perdersi in lontananza, si diceva ai bambini impauriti:

Senti Giln, ch’i rega i carati!

(oppure: e furmaiete!)

 

Senti Giln, che rotola le botti!

(oppure: le formaggette!)

 

 

E quando il rumore secco, perch pi vicino:

Senti cume l’ ‘nrabi a muie de Giln:

la ghe tia e pgnate!

(oppure: i piti)

 

Senti come arrabbiata la moglie di Giln: gli tira dietro le pentole!

(oppure: i piatti)

 

 

Nell’immaginario dei bambini Giln era un dio: un dio che comandava ai lampi e tuoni, viveva con la moglie al di sopra delle nuvole e di cui, vista la sua terribile voce, occorreva avere paura.

 

Per impaurire i pi piccini, gli adulti lo evocavano in pi modi e occasioni:

Mia c’a te fagu vegnie a piae

da Giln!

 

Guarda che (1) ti faccio venire a prendere da Giln!

 

(1) se non fai il bravo

 

 

Oppure:

Mia c’a ciamu Giln!

 

Guarda che chiamo Giln!

 

 

o anche:

Bma... gh’ Giln!

 

Bma...(1) c’ Giln!

 

(1) detto con voce impaurita

 

 

Una breve filastrocca diceva cos:

Ton, ton: che cioca?

I Giln ch’i tr aa roca;

ton, ton: che bssa?

I Giln ch’i tr aa lizza.

 

Ton, ton: chi picchia?

Giln che dietro alla roccia;

ton, ton: chi bussa?

Giln che dietro al leccio.

 

(Insomma il babau di Biassa Giln).

 

 

Proverbi in libert

L’ mi nasse furtn ca nasse ricu.

 

meglio nascere fortunato che nascere ricco.

 

 

‘N pope n ne fa mau a nessn.

 

Un po’ ciascuno non fa male a nessuno.

 

 

Nun sse ni ciuchi ni ‘nbriaghi.

 

Non essere n ciucchi n ubriachi.

 

(Capire che qualcuno vuole imbrogliare).

 

 

Er mundu i na rda che zia:

anc a me, duman a te.

 

Il mondo una ruota che gira:

oggi a me, domani a te.

 

 

Se la n’ zpa i pan bagn.

 

Se non zuppa pane bagnato.

 

( la stessa cosa).

 

 

Se venda na vouta sula.

 

Si vende una volta sola.

 

(Attenti a fare il passo perch difficile poi rimediare).

 

 

Tiae u sassu e ciatae ‘r brazu.

 

Tirare il sasso e nascondere il braccio.

 

 

Lebeciu, senza aiga a ne me ghe metu.

 

Libeccio, senza acqua non mi ci metto.

 

(Col libeccio la pioggia probabile).

 

 

Levantu, senza aiga a ne me vanzu.

 

Levante, senza acqua non mi affaccio.

 

(Quel vento dice la sacrosanta verit).

 

 

Pass anc, la ven duman.

 

Passato oggi, viene domani.

 

(La vita continua).

 

 

Pasca Pifana tte e feste la porta via.

 

Pasqua Epifania tutte le feste si porta via.

 

 

Er mi medegu i ‘r tenpu.

 

Il miglior medico il tempo.

 

 

San Marcu, e rugazin la partu.

 

San Marco (1), le rogazioni iniziano.

 

(1) 25 aprile

 

 

S’te canpeai t’aveai di agni.

 

Se camperai avrai degli anni.

 

(Con l’et verr l’esperienza).

 

 

Tucafissu e bacal,

sc-ciapa legna e cacia ‘n c.

 

Stoccafisso e baccal,

spacca legna e butta in casa.

 

(All’inizio dell’inverno provvedi ai viveri ed al riscaldamento).

 

 

Zenau, mese gatau.

 

Gennaio, mese dei gatti.

 

(Perch vanno in amore e disturbano pi del solito).

 

 

A cavalu nudi ghe lsa ‘r peu.

 

A cavallo odiato luccica il pelo.

 

(Chi odiato sempre meglio di quello che si vorrebbe).

 

 

A fae der ben ai ase u diavu i se n’arida.

 

A fare del bene agli asini il diavolo se ne ride.

 

(Se fate del bene agli ignoranti state attenti).

 

 

A gaina che canta l’ fatu l’vu.

 

La gallina che canta ha fatto l’uovo.

 

(Chi si sbilancia nel parlare non ha la coscenza a posto).

 

 

A lavae a tsta a l’ase,

se ghe remeta anca u savun.

 

A lavar la testa all’asino,

ci si rimette anche il sapone.

 

( inutile fare la ramanzina a uno che non vuole intendere…!)

 

 

Che v vede l’omu san:

i pissa spessu cume ‘r can.

 

Chi vuol vedere l’uomo sano:

piscia spesso come il cane.

 

 

A bla l’ mi, a brta l’ spus.

 

La bella ammirata, la brutta sposata.

 

 

Ai paenti ghe scorla i denti.

 

Ai parenti scrollano i denti.

 

(Sono affidabili fino ad un certo punto).

 

 

A vasia la fa brtsia.

 

L’indolenza fa bruttezza.

 

(Impedisce il lavoro di pulizia e di ordine).

 

 

Candu se deventa noni se returna fanti.

 

Quando si diventa nonni si ritorna bambini.

 

 

Che v vede a se vert,

meta ‘r mazzu da per l.

 

Per fare vedere la propria virt,

occorre mettere il mazzo da solo.

 

(Per fare vedere che sai g essere uomo devi crearti una famiglia per conto tuo).

 

 

Dau nvu e da nzza,

‘n po de merda ‘n tre na pzza.

 

Dal nipote e dalla nipote (1),

un p di merda in un cencio.

 

(1) aspettati

(Gli anziani senza figli non siano troppo sicuri dell’aiuto dei parenti).

 

 

I paenti i n cume e scarpe:

ci i n streti, ci i fan mau.

 

I parenti sono come le scarpe:

pi sono stretti pi fanno male.

 

 

La va ci ‘n beretin ca zentu scfie.

 

Vale pi un berrettino che cento scuffie.

 

(Dicevano i maschilisti dell’epoca…).

 

 

La va ci n’omu cume na castagna,

ca na dona cume na muntagna.

 

Vale pi un uomo come una castagna, che una donna come una montagna.

 

(I soliti maschilisti…).

 

 

Na mae l’ buna per zentu fi,

zentu fi i n’n bun pe’ na mae.

 

Una madre buona per cento figli,

cento figli non sono buoni per una madre.

 

 

Omu pesu, omu vertsu,

dona pesa, dona schifsa.

 

Uomo peloso, uomo virtuoso,

donna pelosa donna schifosa.

 

(Chiss perch…).

 

 

Er bu i zrna a bla e a storta,

ma nessna a l’autaiu i ne ghe porta.

 

Il bello sceglie la bella e la storta,

ma nessuna all’altare ci porta.

 

(L’uomo bello cacciatore?).

 

 

Er primu anu basa e abrazza,

u segundu fassa e derfassa,

u terzu ptana e bagassa.

 

Il primo anno (1) bacia e abbraccia,

il secondo fascia e sfascia,

il terzo puttana e bagascia.

 

(1) di matrimonio

(Il primo gli abbracci, il secondo la cura del figlio, il terzo i litigi).

 

 

Sant’Andreia,

i ghe bassa e pme e i ghe lassa l’ideia.

 

Sant’Andrea,

gli abbassa le piume e gli lascia l’idea.

 

(Del desiderio).

 

 

Santa Cataina,

chi se li fa se li nina.

 

Santa Caterina,

chi se li fa se li ninna.

 

(I bambini devono curarseli i genitori).

 

 

Se a muie la se meta i cauzn,

‘r ma i ne g’ave mai rasun.

 

Se la moglie si mette i pantaloni,

il marito non avr mai ragione.

 

 

Che g’ ci giudiziu, i lu dvea.

 

Chi ha pi giudizio, lo adoperi.

 

 

Ch’ bun de pena,

i bun anca de zapa,

ma per chi n’ bun de pena,

ne ghe remana c’ zapa.

 

Chi buono di penna (1),

buono anche di zappa (2),

ma per chi non buono di penna,

non gli resta che la zappa.

 

(1) chi ha studiato

(2) a fare lavori umili

 

 

Che cinza, teta.

 

Chi piange, tetta.

 

(Chi sa chiedere ottiene pi di un altro).

 

 

Che g’ ‘r pan i ne g’ i denti.

 

Chi ha il pane non ha i denti.

 

(Spesso chi ha delle possibilit non se ne rende conto).

 

 

Che se mva dar fgu, perda u lgu.

 

Chi si muove dal fuoco, perde il posto.

 

(Nelle famiglie numerose di un tempo, con molte persone attorno al fuoco del focolare, chi si alzava perdeva il posto ed era sostituito da un altro componente la famiglia).

 

 

Che tropu se ccia, ‘r cu i mustra.

 

Chi si abbassa troppo, mostra il sedere.

 

(Non prudente parlare dei fatti propri).

 

 

Che va ‘n ltu senza zena,

tta a note i se remena.

 

Chi va a letto senza cena,

si rigira tutta la notte.

 

(In tempi di miseria era un invito a lasciare per la cena qualche cosa da mangiare per poter dormire tranquilli).

 

 

Che de vinti n’ en ,

de trenta i n’en pia.

 

Chi a venti (1) non ne ha (2),

a trenta non ne prende.

 

(1) anni

(2) di giudizio

(Erano tempi che a vent’anni occorreva essere gi uomini).

 

 

Ne te fe bfa di recoti,

che duman ti i tac ai oci.

 

Non ti fare beffa della cispa negli occhi (1), perch domani potresti averla attaccata agli (2) occhi.

 

(1) degli altri

(2) tuoi

 

 

‘N po’ pe’ n ‘n brazu a ma.

 

Un po’ ciascuno (1) in braccio alla mamma.

 

(1) tra noi figli

(I vantaggi vanno ripartiti).

 

 

Pa senpre a gente pe’ lu se vrsu.

 

Prendi sempre la gente per il suo verso.

 

(Cerca di adattarti al carattere altrui).

 

 

Er pelandrun i cange

candu l’aiga la seche ‘r fen.

 

Il pelandrone cambier

quando l’acqua seccher il fieno.

 

(Cio mai).

 

 

Tristu ‘r poveu si deventa ricu.

 

Tristo il povero se diventa ricco.

 

(Il nuovo ricco spesso pi cattivo di chi ricco nato).

 

 

L’enteressu i spartissa ‘r pae e ‘r fiu.

 

L’interesse divide il padre dal figlio.

 

 

 

Gli insetti e i bambini

Basaprete znza e man

che sen i te mazen.

 

Mantide congiungi le mani

altrimenti ti ammazzeranno.

 

(La mantide religiosa si chiama cos proprio per il modo in cui avvicina le zampe anteriori, come se si disponesse alla preghiera).

 

 

Via, via

‘nsegname a via pe’ andae a sca.

 

Maggiolino, maggiolino

insegnami la strada per andare a scuola.

 

(Il maggiolino (aiutato) prendeva la direzione della scuola).

 

 

 

Gli animali nei detti biassi

Ande ae pgue.

 

Pascolare le pecore.

 

 

Ave a peva.

 

Avere la pipita.

 

(Avere cio sempre sete come le galline).

 

 

Ave ci corne ca na panea de lmaghe.

 

Avere pi corna che una cesta di lumache.

 

 

Ave ci mai ca ‘r can du ciavain.

 

Avere pi mali del cane del chiavarese.

 

(sette mali soltanto sotto la coda).

 

 

Ave i oci der farchetu.

 

Avere gli occhi del falchetto.

 

(Vedere molto bene).

 

 

Ave na simia che ne finissa ci.

 

Avere una sbornia da non finire.

 

 

Ave ‘n bzu cume na sarpa.

 

Avere un buzzo (1) come quello di una salpa.

 

(1) grosso

 

 

Ave u sc-ciopu dae cane storte:

spae ai merli e ciapae i grili.

 

Avere il fucile con le canne storte:

sparare ai merli e colpire i grilli.

 

(Rivolto ai cacciatori che non sanno sparare).

 

 

Porcu cuss.

 

Porco cos.

 

(I Biassi erano bestemmiatori. Taluni adoperavano questo eufemismo).

 

 

Possa mangiate e furmigue russe.

 

Che ti mangiassero le formiche rosse.

 

 

Possa mangiate i bui.

 

Che ti mangiassero i calabroni.

 

 

Te me pai ‘r galu da “sia Checa”.

 

Mi sembri il gallo della signora Francesca.

 

(Che si riteneva pi gallo dei galli).

 

 

sse a cavalu a l’ase.

 

Essere a cavallo dell’asino.

 

(Avere raggiunto il proprio scopo).

 

 

sse der gatu.

 

Essere de gatto.

 

(Sentirsi debole fisicamente o moralmente).

 

 

sse gnunte cume na pgua.

 

Essere ignorante come una pecora.

 

 

sse ‘n piciu refatu.

 

Essere un pidocchio rifatto.

 

(Un morto di fame che per aver visto qualche soldo si crede un Creso).

 

 

sse pzu de na furmgua russa.

 

Essere peggio di una formica rossa.

 

(Per dare fastidio sa il fatto suo).

 

 

sse svertu cume ‘n gatu de cingiu.

 

Essere svelto come un gatto di piombo.

 

(Chiss che corse!…).

 

 

Fae i gatin.

 

Fare i gattini.

 

(Dare di stomaco).

 

 

Ne fae l’ase che ‘r fen i custa cau.

 

Non fare l’asino che il fieno costa caro.

 

 

Ne lu trva mancu u luvu.

 

Non lo trova nemmeno il lupo.

 

(Tanto imbacuccato).

 

 

Nun sse n oca n useu.

 

Non essere n oca n uccello.

 

(Non avere carattere).

 

 

Pistae cume ‘n purpu.

 

Pestare come un polpo.

 

(Deriva dall’abitudine che vi era di pestare un polpo con una bacchetta di fico per anticiparne la cottura).

 

 

Rmegae cume l’ase de Ligera.

 

Ruminare come l’asino di Ligera.

 

(Personaggio di Biassa degli anni ‘20 -’30).

 

 

Scrincie cume ‘n grilu.

 

Saltare come un grillo.

 

 

Stae stencu cume ‘n tucafissu.

 

Stare rigido come uno stoccafisso.

 

 

sse pzu ca ‘n ossu de bissa.

 

Essere peggio di un osso di biscia.

 

(Che si divincola anche dopo morta).

 

 

Gh’en per l’ase e che lu mena.

 

Ce n’ per l’asino e per chi lo guida.

 

(Ce n’ per tutti).

 

 

L’ase i porta ‘r vin e i beva l’aiga.

 

L’asino porta il vino e beve l’acqua.

 

(Si dice del viticultore astemio).

 

 

Mangiae ‘r cunigiu cun l’arfu e ttu.

 

Mangiare il coniglio con il fiele e tutto.

 

(Essere avaro al massimo).

 

 

Nasae ttu cume ‘n can da tartfi.

 

Odorare tutto come il cane da tartufi.

 

(Essere schizzinoso nel mangiare).

 

 

Parla candu pissa a gana.

 

Parla quando piscia la gallina.

 

(Cio: mai).

 

 

Porcu netu i n’ st mai grassu.

 

Porco pulito non fu mai grasso.

 

(La pulizia non tutto, occorrono anche altre virt).

 

 

Er cuc i fa i ve ‘n tru nidu di utri.

 

Il cuculo fa le uova nel nido degli altri.

 

(Chi approfitta per insediarsi nelle propriet di altri).

 

 

Trotu d’ase pogu i da.

 

Trotto d’asino poco dura.

 

(Chi vuol fare tutto e subito smetter presto).

 

 

T’i ‘n ase cauz e vest.

 

Sei un asino valzato e vestito.

 

(Non vali niente).

 

 

 

Versi scherzosi

Derdentadu muru de vezza

i pioci ‘n tra cavezza,

derdentadu muru de ruca

i pioci ‘n tra capucia.

 

Sdentato muso di veccia

i pidocchi nella cavezza,

sdentato muso di rocca

i pidocchi nella capoccia (1).

 

(1) testa

 

 

Bagadan i ava ‘n custme

a cagae, i purteva u lme.

 

Bagadan (1) aveva un costume

per cagare, portava il lume.

 

(1) personaggio immaginario

(Uomo prudente che voleva vederci chiaro anche al gabinetto).

 

 

 

Invettive

Possa vegnite ‘n cancau.

 

Che ti venisse un cancro.

 

(Tremendo anatema).

 

 

Possa vegnite ‘n carbunciu.

 

Che ti venisse un carbonchio.

 

(Anche questa maledizione, come la precedente, era pronunciata quando queste malattie erano poco conosciute e di conseguenza poco curabili).

 

 

Posti abrsae.

 

Che tu possa bruciare.

 

(Pronunciata quasi esclusivamente in tono scherzoso).

 

 

Posti desfunduate cume na riza.

 

Che tu possa sfondarti come un riccio (1).

 

(1) di castagno

(Rivolta a chi fa suoni… sconvenienti).

 

 

Posti sse a bi menizzi.

 

Che tu possa essere fatto a pezzettini.

 

 

Posti esse tridu cume a Macba.

 

Che tu possa essere tritato come la Macuba (1).

 

(1) il tabacco

 

 

Posti mue.

 

Che tu possa morire.

 

 

Posti ‘nceche.

 

Che tu possa acceccare.

 

 

Posti runpite ‘r colu.

 

Che tu possa romperti il collo.

 

 

Posti sgarate cume ‘na riza.

 

Che tu possa spaccarti come un riccio (1).

 

(1) di castagno.

(Ci si pu “spaccare” dal pianto come dal riso).

 

 

Posti stucate ‘r colu.

 

Che tu possa spezzarti il collo.

 

 

Te vgna na sata.

 

Ti colga una saetta.

 

 

Possa mangiate u diavu.

 

Possa mangiarti il diavolo.

 

(Si dice a chi ha paura di tutto, anche della sua ombra).

 

 

Posti sse santu.

 

Che tu possa essere santo.

 

 

Posti sse orbu.

 

Che tu possa essere orbo.

 

 

 

Detti per ogni occasione

Ave ‘r magun ‘n su stmegu.

 

Avere il magone sullo stomaco.

 

(Avere qualche problema senza poterlo esprimere).

 

 

Ave rtu.

 

Essere stato padrino (1) di battesimo.

 

(1) o madrina

 

 

Ave ‘r capu a l’orza.

 

Avere il cappello all’orza.

 

(Darsi delle arie).

 

 

Ave ‘r ce strbedu.

 

Avere il cuore torbido.

 

(Avere risentimento con qualcuno).

 

 

Ave ‘r fangotu.

 

Avere il fagotto.

 

(Essere incinta senza essere sposata).

 

 

Ave ‘r gotu.

 

Avere il bicchiere.

 

(Essere ubriaco).

 

 

Ave ‘r marchese.

 

Avere le mestruazioni.

 

(Essere di luna traversa).

 

 

Ave poa che a tera ghe manca.

 

Avere paura che terra gli manchi.

 

(Preoccuparsi eccessivamente).

 

 

Bfae cume ‘n stantfu.

 

Soffiare come uno stantuffo.

 

(Chi ansima durante una salita).

 

 

Cacie aa ranfa.

 

Buttare a caso.

 

(Per essere arraffato, come i confetti degli sposi).

 

 

Ciante cidi.

 

Piantare chiodi.

 

(Contrarre debiti).

 

 

Custe l’ociu da tsta.

 

Costare come l’occhio della testa.

 

(Una cifra spropositata).

 

 

De al’aia ‘r caru.

 

Dare all’aria il carro.

 

(Rompere un accordo o piantare l un lavoro per stanchezza o insofferenza).

 

 

De a mma.

 

Dare a balia.

 

 

De a se camisa ai autri.

 

Dare la sua camicia agli altri.

 

(Incolpare gli altri delle proprie colpe).

 

 

A te sun gr.

 

Te ne sono grato.

 

 

Auzae ‘r gmedu.

 

Alzare il gomito.

 

(Ubriacarsi).

 

 

Avee a lna storta.

 

Avere la luna storta.

 

(Non essere di buon’umore).

 

 

Amigu o nun amigu,

china z dar p der figu.

 

Amico o non amico,

scendi dalla (1) pianta di fico.

 

(1) mia

(Non occupare senza permesso la mia propriet).

 

 

Andae ai spusi.

 

Essere invitati ad un matrimonio.

 

 

Dua anime ‘n tre ‘n nuciu.

 

Due anime in un nocciolo.

 

(Essere compari nelle cattive azioni).

 

 

Sta ztu, galzu.

 

Stai zitto, stronzo.

 

 

Dae a stanghta.

 

Dare la passatina.

 

(Un piccolo sfott).

 

 

Dae a tcia.

 

Dare la colpa.

 

(In modo subdolo, a chi colpa non ha).

 

 

Dae i cauzi a rasun.

 

Dare i calci alla ragione.

 

(Non sapere n parlare n stare zitto).

 

 

Dae li da cumunin.

 

Dare urla da comunione.

 

(Chiss perch! Comunque, urlare al massimo).

 

 

Dae na man de giancu.

 

Dare una mano di bianco.

 

(Caricare di btte).

 

 

Dae n’ uci.

 

Dare un’occhiata.

 

(Tenere d’occhio qualche cosa o qualcuno).

 

 

Dae recatu a na dona.

 

Accudire ad una donna.

 

(In ogni senso).

 

 

Dae rta.

 

Ubbidire.

 

 

Dae ‘r mendu.

 

Dare la passata.

 

(Sfottere).

 

 

Dghele sutu a cua.

 

Dagliele sotto la coda.

 

(Dagliela vinta).

 

 

Digee anca i cidi.

 

Digerire anche i chiodi.

 

 

Dasse ‘r gavin.

 

Mettersi il nodo scorsoio.

 

(Impiccarsi).

 

 

Destrze ‘r fru.

 

Distruggere il ferro.

 

(Consumare in poco tempo tutto ci che si indossa).

 

 

Dessutere i morti.

 

Dissoterare i morti.

 

(Implorare, chiedere, pretendere in modo ossessivo).

 

 

Diu i t’ en renda mitu.

 

Dio te ne renda merito.

 

 

sse a fin der mundu.

 

Essere la fine del mondo.

 

(Piovere a dirotto. Essere qualche cosa di eccezionale).

 

 

sse ai rtimi stremiti.

 

Essere allo stremo.

 

(Stare per morire).

 

 

sse a pan fissu.

 

Essere a pane fisso.

 

(Avere un lavoro stabile).

 

 

sse a p de bun padrun.

 

Essere ai piedi di un buon padrone.

 

(Avere un buon impiego).

 

 

sse bu resem.

 

Essere bello riempito.

 

(Di cibo e di bevande).

 

 

sse bun cume ‘n tocu de pan.

 

Essere buono come un pezzo di pane.

 

(Una persona con un buon carattere).

 

 

sse de lna.

 

Essere di luna buona.

 

 

sse bursu cume na zca.

 

Essere vuoto come una zucca.

 

(Senza cervello).

 

 

sse destanti mili mia.

 

Essere distanti mille miglia.

 

(Dall’argomento di cui si parla o con il pensiero).

 

 

sse fussu cume a muneda de ramu.

 

Essere falso come la moneta di rame.

 

 

sse fussu cume Gida.

 

Essere falso come Giuda.

 

 

sse gncu cume ‘r mau de panza.

 

Essere noioso come il mal di pancia.

 

 

sse lev a brsie de pan.

 

Essere allevato a criciole di pane.

 

(Cio con una attenzione ed una cura certosina, con pignoleria).

 

 

sse l’vu du l’Ensensin.

 

Essere l’uovo dell’Ascensione.

 

(Figlio unico coccolato e viziato).

 

 

sse magru cume ‘n cidu.

 

Essere magro come un chiodo.

 

 

sse ‘na buna furcina.

 

Essere una buona forchetta.

 

(Un buongustaio e un gran mangiatore).

 

 

sse ‘na psta.

 

Essere una peste.

 

 

sse ‘na schena drita.

 

Essere una schiena dritta.

 

(Senza voglia di lavorare).

 

 

sse ‘n baccu ‘nbacc.

 

Essere un baccucco imbacuccato.

 

(Una persona da ridere, senza ragionamenti seri).

 

 

sse ‘nbriagu prsu.

 

Essere ubricaco fradicio.

 

 

sse ‘n brtu sgtu.

 

Essere un brutto soggetto.

 

(Un poco di buono).

 

 

sse ‘n buleta.

 

Essere in bolletta.

 

(Non possedere nemmeno un centesimo).

 

 

sse ‘n mangiapan a tradimentu.

 

Essere un mangiapane a tradimento.

 

(Chi sfrutta la propria famiglia o il prossimo).

 

 

sse ‘n mzu ai ravati.

 

Essere in mezzo a cose di poco conto.

 

 

sse ‘n susena.

 

Essere in ghingheri.

 

 

sse ‘n tichta.

 

Essere vestito secondo l’etichetta.

 

 

sse ‘n tra brata.

 

Essere nella melma.

 

(Cio in una situazione da cui difficile venir fuori).

 

 

sse ndu crdu.

 

Essere nudo crudo.

 

(Non avere ricambi di vestiario).

 

 

sse ‘nzc.

 

Essere tonto o raffreddato.

 

 

sse pass ar crvlu.

 

Essere passato al crivello.

 

(Essere il migliore).

 

 

sse pecenin de zervu.

 

Avere poco cervello.

 

 

sse renici da freva.

 

Essere rannicchiato per la febbre.

 

 

sse rentrun cume ‘n zcu.

 

Essere rintronato come una zucca.

 

(Rimbambito).

 

 

sse segn da Cristu.

 

Essere segnato da Cristo.

 

(Per le deformit fisiche).

 

 

sse stencu cume ‘n mortu.

 

Essere rigido come un morto.

 

 

Fae ‘na resuada.

 

Fare una risuolatura.

 

(Accoppiarsi con una donna).

 

 

Fae ‘n grossu rsegu.

 

Fare un grosso rischio.

 

 

Fae ‘n striu.

 

Fare un disordine.

 

(Anche averla vinta picchiandosi con pi persone).

 

 

Fae pia a Tramunti.

 

Fare paglia (1) a Tramonti.

 

(1) dormire

 

 

Fae ‘r mnegu.

 

Fare il manico.

 

(Sfottere).

 

 

Fae ‘r panetu.

 

Fare il panetto.

 

(Mettere in mostra il bicipite del braccio sinistro).

 

 

Fae stride.

 

Fare arrabbiare.

 

 

Fae vegnie l’agru ai cuin.

 

Fare venire l’acidit ai coglioni.

 

(Rompere pesantemente le scatole).

 

 

Fate vde!

 

Fatti vedere!

 

(Dal neurologo. Rivolto a chi ha atteggiamenti strani).

 

 

Frasca de mazu.

 

Frasca di maggio.

 

(Persona volubile che cambia facilmente parere).

 

 

Fmae cume ‘n trcu.

 

Fumare come un turco.

 

(Smodatamente).

 

 

Gastae i tratati.

 

Guastare i trattati.

 

(Rompere i rapporti con parenti o amici).

 

 

Isse ‘r cu daa carega.

 

Alzare il sedere dalla seggiola.

 

(Smettere finalmente di poltrire).

 

 

La ghe st.

 

Ci st.

 

(Riferito a una ragazza...)

 

 

Lssalu bie ‘n tru se brdu.

 

Lascialo bollire nel suo brodo.

 

(Che risolva da solo i suoi problemi).

 

 

Mance anca ‘r banbsu

per zende u lme.

 

Mancare pure la bambagia

per accendere il lume.

 

(Estrema miseria).

 

 

Mangie de strangussn.

 

Mangiare in fretta e furia.

 

 

Mangie l’erba tac ai pozi.

 

Mangiare l’erba attaccata ai muri.

 

(Piuttosto che abbassarsi a certi compromessi sul lavoro).

 

 

Mene sbru.

 

Fare ingombro.

 

 

Mete a pustizu.

 

Mettere a posticcio.

 

(Sistemare provvisoriamente).

 

 

Mete i sci aa fenstra.

 

Mettere gli scuri alla finestra.

 

 

Mete ‘nseme a zna cun u desine.

 

Mettere insieme la cena e il desinare.

 

(Riuscire a stento a mangiare due volte al giorno).

 

 

Mete ‘r ganciu adossu.

 

Mettere il gancio addosso.

 

(Scegliersi una vittima per poter esercitare soprusi e umiliazioni).

 

 

Molu cume ‘n figu.

 

Molle come un fico.

 

(Detto di solito di chi ha superato una malattia).

 

 

Muru de muzza.

 

Muso di mozza.

 

(Offesa scherzosa a chi si da troppe arie).

 

 

‘Na manega de ladri.

 

Una manica di ladri.

 

(Una combutta di disonesti).

 

 

Nasse ‘n tru banbasu.

 

Nascere nella bambagia.

 

(Nascere fortunati).

 

 

‘Nfina che la da.

 

Finch dura.

 

 

Nun dae mancu de pa.

 

Non dare nemmeno la polvere.

 

(Essere avaro).

 

 

Nun esse bun da ‘n belin.

 

Non essere buono a fare niente.

 

 

Nun fae na pa de ben.

 

Non fare nulla di bene.

 

(Sbagliare tutto).

 

 

Nun vurete mancu ‘n tra stala

a fae u ledeme.

 

Non volerti nemmeno nella stalla

a fare il letame.

 

(Rivolto a una persona grama, poco affidabile).

 

 

Ociu stranbu.

 

Occhio strabico.

 

(Chi ragiona uscendo dal tema).

 

 

Pae a man.

 

Porgere la mano.

 

(Chiedere l’elemosina. Chiedere qualche cosa a tutti).

 

 

Pae na baanzla ‘n mezu ar mae.

 

Sembrare una bilancella in mezzo al mare.

 

(L’andatura tipica dei primi passi di un bambino).

 

 

Pae na trepezina.

 

Sembrare un piccolo treppiede.

 

(Una bimba che fa i capricci e batte i piedi).

 

 

Pae ‘nbausam.

 

Sembrare imbalsamato.

 

(Rimanere esterrefatto davanti a una improvvisa notizia).

 

 

Pae ‘n gaavn

che rega a mrda.

 

Sembrare uno stercorario (1)

che rotola lo sterco.

 

(1) scarabeo

 

 

Pae ‘n magnn.

 

Sembrare un fabbro.

 

(Quando qualcuno era tutto sporco di fuliggine).

 

 

Pae u retratu da salte.

 

Sembrare il ritratto della salute.

 

(Essere in piena forma).

 

 

Pese e paoe cun ‘r baanzn.

 

Pesare le parole col bilancino.

 

(Essere prudenti nell’esprimersi).

 

 

Pie burdeghi e baleti.

 

Prendere mondine e ballotte.

 

(Prendere tutto ci che capita).

 

 

Pie carc ‘n tre chelu der barba abrtiu.

 

Prendere qualche cosa nel terreno dello zio abretiu (1).

 

(1) era lo zio immaginario di tutti che si sentivano, grazie a questa improbabile parentela, ironicamente autorizzati ad impadronirsi dei beni altrui.

(Rubare nei terreni altrui).

 

 

Pie de pica.

 

Prendere per ripicca.

 

(Impuntarsi).

 

 

Pie ‘na pata.

 

Prendere un colpo (1).

 

(1) per terra

 

 

Pie ‘na storta.

 

Prendere una storta.

 

(Una slogatura al piede o alla caviglia).

 

 

Pie p a mancia.

 

Prendere per la maniglia.

 

(Per il manico. Sfottere).

 

 

Pie u rescudu.

 

Prendere il riscaldo.

 

(Avere qualche infiammazione. Ammalarsi di

blenorragia).

 

 

‘Nciante baraca e buratin.

 

Lasciare baracca e burattini.

 

(Piantare l tutto).

 

 

Pine na furcin.

 

Prenderne una forchettata.

 

(Un po di sesso alla svelta).

 

 

Pie senpre e gntie pe lu se vrsu.

 

Prendere sempre la gente per il suo verso.

 

(Cercare di adattarsi al carattere altrui).

 

 

Piasse ‘n rescaudamentu.

 

Predersi un riscaldamento.

 

(Caricarsi di una incombenza non strettamente necessaria).

 

 

Reste a lrfi sti.

 

Restare a labbra asciutte.

 

(A bocca asciutta. Spalancata. Rimanere senza niente).

 

 

Rezie i descursi cume e giachete.

 

Rigirare i discorsi come fossero giacche.

 

(Mancanza di coerenza).

 

 

Runpe e cie.

 

Rompere i coglioni.

 

 

Runpsse i stinchi.

 

Rompersi le gambe.

 

 

Save de bia.

 

Puzzare di fogna.

 

 

Schizze i calai.

 

Schiacciare i calli.

 

(Dare noia a qualcuno).

 

 

Sc-ciance a suga.

 

Strappare la corda.

 

(A forza di rompere …, la corda si strappa).

 

 

Si avesse e pme i vueve.

 

Se avesse le piume (1) volerebbe.

 

(1) con l’importanza che si d

 

 

Si trva chelu c’ ‘nvent u lavu,

prima i lu turta e po i lu mazza.

 

Se trova quello che ha inventato il lavoro, prima lo tortura e poi lo ammazza.

 

(Detto di chi proprio uno scansafatiche).

 

 

Spae a l’orba.

 

Sparare a casaccio.

 

(Incolpare qualcuno senza avere le prove).

 

 

Spae rci cume canun.

 

Sparare rutti come cannonate.

 

 

Sucede ‘n desesste.

 

Succedere un diciassette.

 

(Succedere un finimondo, qualche cosa di tragico).

 

 

Spazzase ‘r cu cu’ ‘n curiandolo.

 

Pulirsi il sedere con un coriandolo.

 

(Il colmo dell’avarizia).

 

 

Ste ‘nseme.

 

Stare assieme.

 

(Convivere senza essere sposati).

 

 

Strnze a cureza.

 

Stringere la cinghia.

 

(Fare la fame).

 

 

Sge ‘r mae cun ‘n cciau.

 

Prosciugare il mare con un cucchiaio.

 

(Fare una cosa senza senso).

 

 

Tace ‘r capu.

 

Attaccare il cappello.

 

(Sposarsi per interesse).

 

 

Tie ‘r birociu.

 

Tirare il birroccio.

 

(Mantenere la famiglia).

 

 

Treme cume ‘na foia d’arbula.

 

Tremare come una foglia di pioppo.

 

(Chi ha paura di tutto e trema ad ogni alito di vento).

 

 

Trve a scarpa pe lu se p.

 

Trovare la scarpa adatta al suo piede.

 

(Il prepotente prima o poi trova sempre qualcuno che lo mette al suo posto).

 

 

U dinu da nse.

 

Il danaro della noce.

 

(Era una mancia che, soltanto a Natale, veniva data ai bimbi. Oltre ai pochi soldi, venivano date ai bambini noci, fichi secchi, arance, ecc.)

 

 

U tenpu i cizza.

 

Il tempo chioccia.

 

(Le nuvole si addensano e la pioggia si avvicina).

 

 

U tenpu i a macaa.

 

Il tempo umido ed instabile e la pioggia probabile.

 

 

Vede de ctu.

 

Vedere di cotto.

 

(Avere la speranza di poter mangiare un pasto caldo).

 

 

Vence l’ociu.

 

Riempire l’occhio.

 

(Farsi notare od essere notato, a seconda dei punti di vista).

 

 

Vence ‘r bancau.

 

Riempire la cassapanca.

 

(Con le provviste per l’inverno).

 

 

Vegnie l’aigheta ‘n buca.

 

Venire l’acquolina in bocca.

 

 

Vegnie n’aiga a delgi.

 

Piovere a dirotto.

 

 

Zndese cume n’azzain.

 

Accendersi come un acciarino.

 

(Chi impulsivo e prende fuoco per un nonnulla).

 

 

Cunsmsse cume ‘r banbasu ‘n tru lme.

 

Consumarsi come la bambagia nel lume.

 

(Deperire fisicamente per malattia, per fame o per pressanti preoccupazioni).

 

 

sse cativu cume a psta.

 

Essere cattivo come la peste.

 

 

Fine sutu ai cipressi.

 

Finire sotto ai cipressi.

 

(Al camposanto).

 

 

Ave i bochi ‘n tra staca.

 

Avere le spine in tasca.

 

(Essere avaro).

 

 

Ave u limu au stmegu.

 

Avere languore allo stomaco.

 

 

Che g’ ci gidiziu lu dvea.

 

Chi ha pi giudizio lo adoperi.

 

 

Cianze cume na vigna tai.

 

Piangere come un tralcio di vite tagliato.

 

(in primavera quando la vigna “in sugo”).

 

 

Che Diu te ‘n renda mitu.

 

Che Dio te ne renda merito.

 

(Dell’aiuto che mi hai dato).

 

 

Civa cume Diu la manda.

 

Piove come Dio la manda.

 

(Piove a dirotto).

 

 

I cume u diavu e a cruse.

 

come il diavolo e la croce.

 

( l’opposto di tutto ci che normale).

 

 

Pan per pan, i fradi i gh’en n.

 

Pane per pane, i frati ne hanno.

 

(Disse un vagabondo a chi gli aveva offerto un lavoro in cambio di pane e alloggio).

 

 

Se disa ‘r pecatu, nun ‘r pecade.

 

Si dice il peccato, non il peccatore.

 

 

Se e carte l’n canta…

 

Se le carte sono quaranta…

 

(Se non ci sono imbrogli o imprevisti...)

 

 

Trve u Signue ‘ndurm.

 

Trovare il Signore addormentato.

 

(Avere la fortuna di fare ci che si vuole).

 

 

Ttu chelu che l’omu i mcia,

u diavu i lu arfa.

 

Tutto quello che l’uomo ammucchia,

il diavolo lo sparpaglia.

 

 

U diavu i ghe meta a cua.

 

Il diavolo ci mette la coda.

 

 

U Signue i gistu.

 

Il Signore giusto.

 

(Nelle dispute infantili la frase veniva pronunciata a carico di chi, dopo avere fatto una marachella, inciampava e cadeva: era il castigo di Dio).

 

 

A beve l’aiga, la nassa e rane ‘n tra panza.

 

A bere l’acqua, nascono le rane nella pancia.

 

(Cos si giustifica il beone).

 

 

A te cugnussu gatu russu.

 

Ti conosco gatto rosso.

 

(So bene chi sei!)

 

 

Ave l’anstegu cume ‘r can da ccia.

 

Avere il fiuto come il cane da caccia.

 

(Intuire subito un pericolo o un tranello).

 

 

Ciuce cume a ma der Meneghin.

 

Dare di testa come la mula di Domenico.

 

(Che non doveva essere molto docile).

 

 

sse ci semu ca a mae de l’agneu.

 

Essere pi scemo della madre dell’agnello.

 

(Della pecora).

 

 

sse ladru cume ‘na blua.

 

Essere ladro come una faina.

 

 

Save de bestin.

 

Odorare di bestia.

 

(Avere addosso un odore sgradevole, da persona poco pulita).

 

 

A vote i se ciapu, a vote i scapu.

 

A volte si prendono, a volte scappano (1).

 

(1) i pesci

(Diceva un pescatore di frodo, che passava le giornate ad osservare le cernie, sulla rocca del Muntunau, e non sempre riusciva a catturarle).

 

 

Ghe passa u gistu pe lu pecate.

 

Ci passa il giusto per il peccatore.

 

 

I fid de Tramunti.

 

La pasta di Tramonti.

 

(Fatta in fretta e furia (per poter mettere qualche cosa di caldo nello stomaco, dicevano i contadini) con un po di verdura, tanta acqua ed un pochino di pasta, fid. Certo non un gran piatto!)

 

 

La g’ a se c a Biassa e ‘n Tramunti,

u se fu denanzi e dendar.

 

Ha la casa a Biassa e a Tramonti,

il suo foro davanti e di dietro.

 

( la sposa ideale!)

 

 

 

 

 

Favole

 

Pursemulina

La gh’ea ‘na vuta ‘na dona ‘n stati ‘nteressanti che la vedete ‘n tre n’ ortu der bu pursemu e la ghe vegnite voia de piassene ‘n p.

Mentre la lu cuiva la la trvete a Fada cativa, che l’ea a padruna de l’ortu. Per punila d’aveghe rub er pursemu, la se la vureva mangiae. “Ne me mangiae, la ghe disete, sa g’ave carcn a te lo da; se la sa fmena a la ciame Pursemulina, se i sa mas-ciu a lu ciame Pursemulin.

La g’avete na fantla e la la ciamete Pursemulina.

Candu Pursemulina la deventete grandeta, a Fada cativa la la vurete l, cume l’ea remasa d’acrdiu cun se mae che, anca se la ne ghe l’aveave ci vuss dae, l’ea sta custreta a daghela datu che cun e fade, speciarmente chele cative, ne se ghe schrza.

La passete i agni e a fada la deventete gisa de chesta zuveneta che l’ea bla, ar cuntrariu de l che l’ea vcia e brta.

Per levasela davanti ai oci, la decidete de fala mangiae da n’autra fada, cativa cume l, che la steva destante e che per arivaghe la duveva passae tanti periculi.

‘N tre ‘n modu o ‘n tre n’autru, la pensete, la ne turne ci. La ghe dete na scatua cena de balain d’ou, disendughe de nun ravila e de purtala a se amiga fada.

Pursemulina, che l’ea cusa, pe’ la via la ravite a scatua per miae cuse la gh’ea drentu. I balain d’ou i surtitu tti e l la zercheva de remeteli drentu ma candu la ’n ciapeva n, la gh’en scapeva dui, ‘nsuma l’ea despe.

Mentre l’ea li che la cianzeva ar penseu de cuse la g’aveave fatu a fada per avela desubed, se ghe avisinete ‘n bu zuve ben vest chi se ciameva Mem.

L i ghe disete che se la ghe deva ‘n basu i g’aveave remissu tuti i balain d’ou drentu a scatua. “Anzich da Mem esser baciata piuttosto dalla fata strangolata”, la ghe respundete. Alua Mem cun ‘n gstu da se bacheta magica i fete reentrae i balain ‘n tra scatua, anca se la ne g’ava datu ‘r basu.

Candu la ghe disete che la duveva andae a purtae a scatua da fada ‘n tre chelu palaziu destante, Mem i capite che chi ghe l’ava mand i vureva fae der mau a Pursemulina e sicume i vedete che l’ea bla e ‘ngenua e i se gh’a z ‘nnamu i decidete de agitala. I ghe disete:

“Per arivae daa fada, lngu a via te trveai dui can cativi ch’i se danu tra de lu e candu t’arivi i te vurean mangiae, alua te ghe dai stu tocu de pan e lu i te lassean passae. Dopu te trveai ‘n scarpau chi csa e scarpe cun i se cavei; te ghe dai chestu spagu e i te fa passae. Te camineai anca ‘n p e te trveai dua porte che la sbatu na cuntru l’autra e la te ‘npedian de passae: te le nzeai cun sta snza e lu la smetean de sbate e la te fan passae. T’ariveai ar palaziu e te vedeai che per muntae daa fada ghe sa ‘na sca de vdeu; aia l’ociu de nun runpe i scain. Candu te entreai ‘n tra canbea, se a fada la g’ i oci ravrti v die che la dorma (e fade la dormu cuss) e se la i sar, st ‘n guardia perch alua l’ sveia...”

Cuss la fete.

Ai can la ghe dete ‘r pan e i la fetu passae, anzi i ghe disevu:

“Corri, piccina, corri, che non ti facciamo niente”; u scarpau candu i avete u spagu i ghe disete: “Corri, piccina, corri”; la nzete per ben e porte cun a snza tanto che la remanetu ble ravrte e mentre la passeva la sentiva ‘na vuse che la ghe diseva: “Corri, piccina, corri”.

Aa fin la arivete ar palaziu da fada e ciancianin la muntete a scaa de vedeu e la entrete ‘n tra canbea. A fada la g’ava i oci raverti e la durmiva. Pursemulina la pusete ‘n ser cumudin a scatua di balain d’ou e daa poa la scapete.

A scaa de vedeu la se runpite ma Pursemulina la ne se fete gnente, e porte la se ravitu per fala passae, u scarpau senpre gridandughe “corri, piccina, corri” i la fete passae, i can turna e la arivete unde la ghea Mem ch’i l’aspeteva. A fada der palaziu, au rumue da sca ruta, la se sveiete e la g’andete adar ma la ne arivete a ciapala perch la trvete e porte sar, u scarpau i ne la vureva fae passae, i can i se g’abrivetu.

Pursemulina che l’ea rius a scanpala bla per mitu de Mem, la ghe dete chelu basu chi vureva e dopo pogu i se spusetu.

 

 

 

 

Prezzemolina

C’era una volta una donna in stato interessante che vide in un orto del bel prezzemolo e le venne la voglia di prenderne un p.

Mentre stava cogliendo il prezzemolo, arriv la fata cattiva che era la proprietaria dell’orto. Per punire la donna di averle rubato il prezzemolo, voleva mangiarsela.

“Non mi mangiare, le disse, se avr qualcuno te lo dar; se sar femmina la chiamer Prezzemolina, se sar maschio Prezzemolino”.

Ebbe una femminuccia e la chiam Prezzemolina.

Quando Prezzemolina divenne grandicella, la fata cattiva la reclam, secondo gli accordi e la madre, anche se non avrebbe pi voluto mantenere il patto, si vede costretta a dargliela dato che con le fate, specialmente cattive, non si scherza.

Passarono alcuni anni e la fata divenne gelosa di questa giovanetta che si faceva ogni giorno pi bella, al contrario di lei che era vecchia e brutta.

Per non vederla pi, decise di farla mangiare da un’altra fata, cattiva come lei, che abitava lontano. Per arrivare alla casa di costei avrebbe dovuto attraversare molti pericoli.

In un modo o nell’altro, pens, non torner pi. Le consegn una scatola piena di ballerini d’oro, raccomandandole di non aprirla e di consegnarla alla sua amica fata.

Prezzemolina, che era curiosa, per strada apr la scatola per vedere cosa c’era dentro. I ballerini d’oro uscirono tutti e lei cercava invano di rimetterli dentro: quando riusciva ad acchiapparne uno, gliene scappavano due. Era disperata.

Mentre stava piangendo per la paura della punizione della fata alla quale aveva disobbedito, le si avvicin un giovane, bello e ben vestito, che si chiamava Mem.

Il giovane le disse che in cambio di un bacio, le avrebbe fatto ritornare i ballerini d’oro dentro la scatola. “Anzich da Mem esser baciata, piuttosto dalla fata strangolata” gli rispose. Per Mem con un gesto della sua bacchetta magica, fece rientrare i ballerini nella scatola, anche se Prezzemolina non gli aveva dato il bacio.

Quando Prezzemolina gli raccont che avrebbe dovuto andare a portare la scatola dalla fata in quel palazzo lontano, Mem cap subito che chi l’aveva mandata voleva sbarazzarsi di lei e siccome il giovane si era gi innamorato di quella giovane cos bella e ingenua, decise di aiutarla. Le disse:

“Per raggiungere la fata, lungo la strada troverai due cani cattivi che si azzannano tra di loro e quando arrivi, ti vorranno divorare, allora gli darai questo pezzo di pane e loro ti lasceranno passare. Dopo troverai uno scarpaio che cuce le scarpe con i suoi capelli, gli darai questo spago e vedrai che ti far passare. Camminerai ancora un p e troverai due porte che sbattono l’una contro l’altra e ti impediranno di passare: le ungerai con questa sugna e loro la smetteranno di sbattere e ti faranno passare. Arriverai al palazzo e vedrai che per salire dalla fata ci sar una scala di vetro; fai attenzione a non rompere i gradini. Quando sarai nella sua camera, se la fata ha gli occhi aperti significa che dorme (le fate dormono cos), se invece li ha chiusi, stai attenta perch allora sveglia”.

Prezzemolina fece come le disse il giovane.

Ai cani diede il pane e la fecero passare, anzi la incoraggiavano dicendogli:

“Corri, piccina, corri che non ti facciamo niente”; lo scarpaio quando ebbe lo spago le disse: “Corri, piccina, corri”; con la sugna unse per bene le porte che rimasero aperte e mentre passava sentiva una voce che la incitava: “Corri, piccina, corri”.

Infine arriv al palazzo dove abitava la fata e piano piano sal la scala di vetro e entr nella sua camera. La fata aveva gli occhi aperti e quindi dormiva. Prezzemolina pos sul comodino la scatola dei ballerini d’oro e scapp piena di paura.

La scala di vetro si ruppe ma Prezzemolina non si fece alcun male, le porte si aprirono per farla passare, lo scarpaio sempre gridandole “corri, piccina, corri” la fece passare, i cani fecero la stessa cosa e torn sana e salva dove stava aspettandola Mem. La fata del palazzo, al rumore della scala che si rompeva si svegli e le corse dietro, ma non arriv a prenderla perch trov le porte chiuse, lo scarpaio non voleva farla passare e i cani lei si avventarono contro.

Prezzemolina che era riuscita a scamparla bella, grazie all’aiuto di Mem, gli diede quel bacio che gli aveva chiesto prima e dopo poco si sposarono.

 

 

 

 

U gidiziu

‘N’anu, per san Martin, che l’ a festa ci grande de Biassa, i omi der paese i pensetu ben che per fae na bla festa la ghe vureva ‘n p ci de gidiziu de l’anu prima perch per curpa der vin bun de Tramunti, i s’eu ‘nbriag e p i s’eu pist cume purpi. Alua carche giurnu prima de san Martin i mandtu dua persune che la ghe paevu e ci ‘ndic a Munterussu da n che, standu a chei che ghe li mandeva, i g’ava u gidiziu da vende.

‘Nfati i partitu e i andetu a Munterussu da chela persuna che, candu la sentite cuse i vurevu la capite d’aveghe a che fae cun dui semacin e la ghe cighete ’n tre ‘n p de papeu, ‘n ratu che l’ava aciap anca vivu n’ tre ‘n ratau.

Tti cuntenti, i dui biassi i repietu a strada per turnae ar paese cun u gidiziu cig ‘n tru papeu.

Candu i arivetu daa Madone der Muntau, surve Rimazue, i se mietu ‘n p ‘n tra facia e i disetu: - Fra pogu a semu a c e a ne savemu mancu cume i fatu u gidiziu. Ravimu ‘r papeu e demughe n’uci!

Cuss i fetu, ma u ratu candu i lu des-cighetu dar papeu, i scapete cume ‘n frmine e i andete a ‘nfiasse ‘n tre na maia.

I dui puveraci, daa paa de arivae a Biassa senza u gidiziu i se metetu a derivae a maia per zercae de reciapalu.

Mentre chi eu cuss ‘ndafar, passete dui cuntadin chi andevu ‘n tre tre e i ghe disetu cuse i zerchevu ‘n tre chela maia.

- U gidiziu. - i ghe repundetu lu.

- Ne paa anca a nui autri! - i ghe disetu i rimazuoti, e i se n’andetu.

 

 

Il giudizio

Un anno, per san Martino, che la festa pi importante di Biassa, gli uomini del paese pensarono che per fare in modo che la festa riuscisse bene, ci voleva pi giudizio dell’anno precedente quando per colpa del buon vino di Tramonti, si erano ubriacati e se le erano date tra di loro di santa ragione. Cos qualche giorno prima di san Martino, mandarono due persone, a loro modo di vedere le pi indicate, a Monterosso, da uno che secondo chi lo conosceva, aveva giudizio da vendere.

Partirono e si recarono a Monterosso da quella persona la quale, appena sent la richiesta, si immagin di avere a che fare con due sciocchi e consegn ai due un pezzo di carta con un topo che aveva catturato ancora vivo con una trappola.

Tutti contenti, i due biassi ripresero la strada per tornare al loro paese con il giudizio ben incartato.

Arrivati nei pressi della Madona der Muntau (Madonna di Montenero), sopra Riomaggiore, si guardarono tra di loro e dissero: - Fra poco siamo a casa e non sappiamo nemmeno come sia fatto il giudizio. Scartiamolo e diamogli almeno un’occhiata!

Cos fecero, ma non appena spiegarono la carta, il topo scapp come un fulmine e si infil in un muro.

I due poveretti, per la paura di arrivare a Biassa senza il giudizio, si misero a sfare il muro per cercare di riprenderlo.

Mentre erano cos tanto indaffarati, passarono due contadini di Riomaggiore che si recavano a lavorare nelle loro propriet e incuriositi gli chiesero cosa cercassero in quel muro.

- Il giudizio. - gli risposero.

- Ci pare anche a noi! - risposero i riomaggioresi, e se ne andarono.

 

 

 

I taian

‘N ma i disete a se muie de cseghe dui taian e le la ’n fete dui de nmeu. La i btete ‘n tre l’aiga buiente per cseli. P mie si u coti, la ’n tastete n e l’autru la lu metete ‘n tru piatu p dalu da mangiae a se ma.

Candu i vedete cuss, i ghe trvete da die, a se muie: “Cume, te pa de cse dui taiain de nmeu! N’ autra vouta fane de ci!”

A vouta dopu, candu la refete i taiain, la ’n fete tanti, che ‘n tti i lghi da c la ghea taian: ‘n su descu ghea taian, ‘n tra piatlea la ghea taian, ‘nfina ‘n su ltu, la n’ava missu…

 

 

Le tagliatelle

Un marito disse a sua moglie di cuocergli due tagliatelle e lei ne prepar due di numero. Le butt nell’acqua bollente per cuocerle e per assicurarsi che fossero cotte, ne assaggi una e l’altra la mise nel piatto per darla a mangiare a suo marito.

Quando vide cos, l’uomo disse a sua moglie: “Come, ti sembra di cuocere due tagliatelle di numero! Un’altra volta fanne di pi!”

La volta seguente, quando rifece le tagliatelle, ne fece talmente tante che da tutte le parti c’erano tagliatelle: sul tavolo c’erano tagliatelle, nella piattaia c’erano tagliatelle, persino sul letto, ne aveva messo…

 

 

 

 

Blafrnte

Na vouta gh’ea ‘n zuve, fiu de ‘n re, ch’i vureva andae a ziae ‘r mundu. I se fete dae e palanche da se pae e i partite. I arivete ‘n se n’isula dunde la gh’ea n’omu mortu che nessun la vureva purtalu ar canpussantu perch i ea poveu e cen de debiti. Candu i savete de cuse se trateva, Blafrnte i piete na decisin e i disete a cheli de l’isula:

“Che g’ polizze e scrite da mustrae, me, p lu mortu, a sun pruntu a pagae.”

E i se metete a pagae tti i debiti der mortu, pagandu anca cheli che ne g’ava diritu perch tti i se fetu avanti a reclamae palanche.

La andete a finie chi spendete tti i sodi che g’ava atu se pae e i duvete returnae a c pulitu cume ‘n man.

Candu u re i savete ‘n che mainea i ava spesu i catrin i ghe disete:

“Privu de ‘nteltu e malacortu... t’ai

spesu i me dinai ‘n se ‘n omu mortu...”

 

 

Bellafronte

C’era una volta un giovane, figlio di un re, che voleva andare a girare il mondo. Si fece dare i soldi da suo padre e part. Arriv su un’isola dove trov un uomo morto che nessuno voleva portare al cimitero perch era povero e pieno di debiti. Quando seppe di cosa si trattava, Bellafronte prese una decisione e disse agli abitanti dell’isola:

“Chi ha polizze e scritture da mostrare, io, per il morto, sono pronto a pagare.”

E si mise a pagare i debiti del morto, pagando anche quelli che non ne avevano diritto perch tutti si fecero avanti a reclamare quattrini.

And a finire che in quel modo spese tutti i soldi che gli aveva dato suo padre e dovette ritornare a casa pulito come in mano.

Quando il re seppe in che maniera aveva speso i soldi gli disse:

“Povero di intelletto e malaccorto… hai speso i miei denari su un uomo morto …”

 

 

 

I taian

‘R cunpae i andete a trvae se cumae.

A cumae la steva bulando a pasta per fae i tian.

La g’ava u rafredue e cun e man ‘npegn ‘n tra faina ‘npast la ne pudeva sufiasse u nasu e la g’ava ‘r guzzu.

- Cunpae, a fagu i taian, a ghe st a mangiae cun nui? - la ghe disete.

- Se ‘r guzzu i ne caia, si, ma si caia,nu! - i ghe respundete.

 

 

Le tagliatelle

Il compare si rec a trovare la sua comare.

La comare stava lavorando la pasta per fare le tagliatelle.

Aveva il raffreddore ma con le mani impegnate nella pasta non poteva soffiarsi il naso per cui aveva il goccio sulla punta del naso.

- Compare, faccio le tagliatelle, volete fermarvi a mangiare con noi? - chiese.

- Se la goccia non cade, si, ma se cade, no.

- rispose.

 

 

 

Bacicia

Bacicia era uno di Biassa, in prigione con l’accusa di avere ucciso un uomo. Di fronte alla sua reticenza ad ammettere il delitto, fu messo in cella con un carabiniere che, facendosi passare per galeotto, aveva l’incarico di carpire la confessione della sua colpevolezza.

Dopo alcuni giorni, visto che Bacicia non si lasciava andare a confidenze, il carabiniere escogit uno stratagemma per farlo parlare, proponendogli di fare assieme un’ultima cantata, dato che presto lui sarebbe stato liberato.

Sull’aria di una canzone del tempo, il carabiniere in incognito, con frasi inventate magnificava Bacicia il quale compiaciuto ripeteva, cantando, le parole del suo compagno:

 

- E Bacicia i ‘n bl’omu...

- E Bacicia i ‘n galantomu...

- E Bacicia i mazz chel’omu...

- E Bacicia i ne canta ci!...

 

 

Bacicia un bell’uomo...

Bacicia un galantuomo...

Bacicia ha ucciso quell’uomo... (1)

Bacicia non canta pi!... (2)

 

(1) inton ad un tratto l’infiltrato

(2) complet Bacicia

 

 

 

Preghea

‘N ltu, ‘n ltu a me ‘n vagu

a me anema a Diu a la dagu

a la dagu a Ges Cristu

ch’i la segna e i la mastra.

Ch’i la meta ‘n buna via

‘nseme aa vergine Maa.

Che u nemigu i ne ghe sia

n de giurnu, n de note

n ‘n tru pntu da morte.

Signue da muie e a ne s candu,

catru grazie a ve dumandu:

Cunfessin, Cumenin e Oiu Santu

e l’anema meia a ve la racumandu.

 

 

Preghiera

A letto, a letto me ne vado

la mia anima la d a Dio

La d a Ges Cristo

che la segni e la ammaestri.

Che la metta sulla buona via

assieme alla vergine Maria.

Che il nemico non ci sia

n di giorno n di notte

n nel punto della morte.

Signore, devo morire ma non so quando

quattro grazie vi domando:

Confessione, Comunione e Olio Santo

e l’anima mia a voi raccomando.

 

 

 

 

 

 

 

Trascrizione del cd-audio

 

 

Tisbe

 

La Tisbe e suo marito Manfredo hanno gestito per tanti anni l’osteria “Da Manfredo” al Sarecchio a Biassa e poi, quando stata aperta la Litoranea, sono andati a vendere sopra Campi a Riomaggiore. Avevano panini con le acciughe, la mes-cia, frittelle di baccal, lupini salati, torta di riso salata, sgabi, insomma tutti cibi che aiutavano a bere tanti bicchieri di vino. Delle Cinque Terre, naturalmente!

Adesso Tisbe ha ottantasette anni, ha messo da parte il grembiule ma ha mantenuto il modo allegro di sempre.

- Devo togliere delle cose (dal tavolo)?

- No.

- Deve parlare in italiano o di Biassa?

- Di Biassa...

- Ah, devo parlare in biasso.

- Certo.

- Allora una volta c’era Batistn e a Maa...

- Aspetti un attimo, signora, aspetti un attimo: lei aveva l’osteria qui... Allora: oggi il 27 dicembre 2001, siamo a Biassa in casa della signora Tisbe che era la padrona dell’osteria di Biassa...

- Manfredo...

- Osteria Manfredo...?

- Da Manfredo.

- Cos’era quella storia che voleva dire...?

- Ah, raccontavo le canzonette di Biassa e dicevo... Batistn e a Maa sono laggi nell’Arsenale, dentro al... come si chiama... al Museo. Allora... Batistun era con le calze e con i pantaloni alla zuava, tutto... era vestito di mezzalana e la Maa aveva una gonna larga larga... Gli disse: “O Batistu andiamo sino a Pegazzano?” e lui le rispose “andiamo”. Lei prese la sua rocca e and gi... lui prese la chitarra. Quando furono a Pegazzano, lui si mise a suonare e lei a filare e allora tutta la gente si radun: lei aveva un cavagno, tutti gli diedero un po’ di soldi e alla sera Batistn e a Maa avevano cantato a tutti i bambini e giovani che si erano riuniti. Alla sera nel cavagno c’erano dei soldi, e disse: “Batistn, sar meglio andarcene su a Biassa” “Andiamo...”. Allora vennero su a Biassa, a casa, dove avevano un tavolino e si misero a contare i loro soldini. Diceva lei: “Eh, Batistu, quanti bei soldi abbiamo raccolto, domani ci ritorniamo?” “E ritorniamoci...!”.

Ritornarono anche il giorno dopo e raccolsero ancora un mucchietto di soldi. Poi andarono a casa, si sedettero al tavolino e lei disse: “Batistu, servono per aggiustare il tetto,... ci facciamo aggiustare il tetto con questi bei soldini?” “Va bene...”

Si fecero aggiustare il tetto e cos se ne vissero contenti nella loro casetta con il tavolino, grazie a quei soldini che avevano guadagnato filando e suonando...

San Martino venne a Biassa con la sua cappa e la sua corazza e il suo cavallo. Pass dai monti, per venire a Biassa. Quando fu a Biassa, vedendolo cos bello, tutti lo guardavano e gli si accostavano. Andavano tutti da lui con il fiasco e il bicchiere pieno di vino e dicevano: “Che bel giovane che san Martino” e tutti gli davano da bere. E diceva: “Brava gente, quella di Biassa; io resto qui e non andr pi via, rester sempre qui a Biassa”.

Infatti san Martino rest per sempre a Biassa a bere bicchieri di vino.

- Infatti la chiesa dedicata a San Martino.

- Si.

- Qualche canzone vecchia se le ricorda?

- Me le ricorder, ma non capisco cosa volete dire...

La canzone della Baiunla...


- Stornelli ce n’erano qui? Tipo botta e risposta...

- Ce n’erano ma ci vorrebbe uno che... La Scrincia-co... Era una che gli piaceva lui... e nella notte gli venuto male e l’hanno portata all’ospedale e la toccavano tutti...

- Perch era bella?

- Si, era bella... Non avevamo neppure un carro ambulanza come si deve. Avevamo un carro con due ruote, aveva due ruote e bisognava spingerlo a mano, da una parte e dall’altra, e la Scrincia-co era dentro, perch dentro al carro c’era andato uno a tenerla... che non si sentisse male, invece... e chi spingeva diceva: “Come pesi... come pesi Maa!..”. Invece c’era un altro uomo, assieme a lei... che gli massaggiava la pancia.

- Erano in due anzich una...

- Invece erano in due...

- Quanti anni ha tenuto l’osteria?

- Cinquanta anni. Eravamo in nove, a vendere il vino. Nove, e tutti vendevano, adesso ne rimasto uno e non riesce a ricavare le spese.

- Ma i nove chi erano? Ce n’erano tre sulla Piazza del Monumento. C’era Bagun...

- C’era l’Arf e Derna sua moglie, Maria di Dimare, poi... c’era l’Argentina, lo vendeva il Checco, lo vendeva la Gemma, poi lo vendevo io, Rinaldo e tutti ne vendevano...

- Oltre a bere, cosa facevate da mangiare?

- Facevamo il minestrone, stoccafisso, ballotte, io facevo la torta di riso, tanta torta di riso perch ne vendevo una al giorno...

- Di quelle dolci o salate?

- Salate: da noi non si usano dolci, si fanno se ne abbiamo bisogno noi. Poi sulla Litoranea ho sempre fatto la mes-cia, ne facevo dei sacchi... Allora, la ricetta della mes-cia: si prende (in biasseo!...), cosa? (in biasso), cosa? Marcello? (in dialetto...) si prendono i ceci (no... devi parlare in dialetto... in biasso...)... allora si prendono i ceci, si mettono nell’acqua, si fanno stare un po’ e i fagioli, perch sono pi teneri, si mettono da parte...

- E qualche fatto che successo nell’osteria?...

- Ognuno ha chiuso per conto suo...

- No, no, qualche fatto che successo nell’osteria...

Quando qui si picchiarono il Meneghn con Bulacu...

- Ne sono successi tanti: una volta c’erano due: Ivo e Meneghn. Ivo (si chiamava Baldi) erano qui... paga te, pago io... e... tu ne hai bevuto tre bicchieri, io ne ho bevuto due. Allora a causa di questi bicchieri, all’ultimo sono iniziati i cazzotti, boum, cazzotti, boum, si sono presi a pugni... uno finito sotto e uno andato sopra, uno gli ha tirato i capelli che il pavimento sembrava quello di una barbieria. Per le botte, facevano tutti e due sangue. Quando hanno finito si sono abbracciati... si sono abbracciati e baciati.

- Ma chi ha pagato poi?

- Mia madre!

- Chi ha pagato... io... perch pi nessuno mi ha dato i soldi.

- Cosa cantavano?

- Cantavano “Quel mazzolin di fiori”... cantavano di quelle canzoni l... “A Biassa c’ un camin che fuma”...

- Quella l...

- A Biassa c’ un camin che fuma

il cuore del mio amore che si consuma.

Se si consuma lascialo consumare

il cuore del mio amore che vuol bruciare.... Aspettate che prendo la chitarra...

- capace di suonare la chitarra?

- Prendo la chitarra...

- capace di suonare...

- Si, con le dita... la suonano tutti...

 

 

 

 

 

Fernanda

 

Fernanda del ‘21. Non si mai sposata e ha mantenuto vivi i ricordi dei suoi genitori. Da loro ha imparato le antiche canzoni che accompagnavano i gesti dei biassi nei campi di Tramonti.

 

- Diceva mia mamma che quando la cantavano lei (nel canto di Maggio) sul Groppo, quando passavano per tutte le strade, dicevano: A voi Assuntina

giovane della casa maggior di voi

Dio vi mantenga, Maggio a voi venga.

Se mi deste un uovo della vostra gallina

Dio ve la salvi dalla faina,

se mi deste una formaggetta della vostra cassapanca

Dio ve lo salvi (il contenuto) per questo santo Natale... Dopo di questa per ora non mi viene in mente nulla.

- Degli stornelli che cantavano a dispetto, ne conoscete alcuni...

- Si, qualcuno si:

Il mio amore me l’ha mandato a dire

se non son morta che possa morire,

io gliene ho mandato a dire una pi bella

se non morto fosse sotto terra.

Il mio amore non vuole pi che canti

perch gli morta la cavalla bianca

ma se gli fosse morta la vacca e il bue

voglio cantare per dispetto suo.

Poi c’ la canzone della marina: 

Alla marina c’ un camino che fuma

il cuore del mio amore che si consuma.

Se si consuma lasciatelo consumare

il cuore del mio amore che vuole bruciare.

Poi: Il ramo del peschetto un bel ramo

ancora pi bello il viso della mia dama,

il ramo del peschetto un bel fiore

ma pi bello il viso del mio amore.

O che fortuna hai avuto Maria

che da Biassa sei andata a Campiglia,

o che fortuna hai avuto Angelina

che dalla montagna sei andata alla marina.

- Io sono qui in Reboi a fare l’erba

Simone a scalpellare all’Acqua Fredda. Simone era un giovane che la corteggiava, lei cantava nei campi di Rebui, lui non poteva sentirla dall’Acqua Fredda, ma facevano finta di sentirsi...

 

 

 

 

 

Ada

 

Ada una biassa nata nel 1914: ha buona memoria perch si ricorda ancora tutte le poesie imparate alla scuola elementare a Biassa. Il racconto delle “Dodici parole della Verit”, di antica memoria, Ada lo recita con sentimento, convinta che possa essere di aiuto sul modo di morire perch alla fine dice: “Chi sa le dodici parole della verit e chi le sta a sentire, di una brutta morte non potr morire”.

 

Le dodici parole della verit... allora, si dice:

Ton, ton. - Chi picchia?

- Amici, amici son le una.

- Un solo Ges Cristo, in casa Emanuele, evviva questo regno e sempre sia laud.

Ton, ton. - Chi picchia?

- Amici, amici son le due.

-Due i Testamenti Vecchi, un solo Ges Cristo, in casa Emanuele, evviva questo regno e sempre sia laud.

Ton, ton. - Chi picchia?

- Amici, amici son le tre.

- Tre sono i Profeti, due i Testamenti Vecchi, un solo Ges Cristo, in casa Emanuele, evviva questo regno e sempre sia laud.

Ton, ton. - Chi picchia?

- Amici, amici son le quattro.

- I quattro Evangelisti, tre sono i Profeti, due i Testamenti Vecchi, un solo Ges Cristo, in casa Emanuele, evviva questo regno e sempre sia laud.

Ton, ton. - Chi picchia?

- Amici, amici son le cinque.

- Cinque le piaghe del Signore, quattro gli Evangelisti, tre sono i Profeti, due i Testamenti Vecchi, un solo Ges Cristo, in casa Emanuele, evviva questo regno e sempre sia laud.

Ton, ton. - Chi picchia?

- Amici, amici son le sei.

- Sei le strade che vanno a Gerusalemme, cinque le piaghe del Signore, quattro gli Evangelisti, tre sono i Profeti, due i Testamenti Vecchi, un solo Ges Cristo, in casa Emanuele, evviva questo regno e sempre sia laud.

Ton, ton. - Chi picchia?

- Amici, amici son le sette.

- Sette le lampade di Betlemme, sei le strade che vanno a Gerusalemme, cinque le piaghe del Signore, quattro gli Evangelisti, tre sono i Profeti, due i Testamenti Vecchi, un solo Ges Cristo, in casa Emanuele, evviva questo Regno e sempre sia laud.

- Ton, ton. - Chi picchia?

- Amici, amici son le otto.

- Otto i libri di Mos, sette le lampade di Betlemme, sei le strade che vanno a Gerusalemme, cinque le piaghe del Signore, quattro gli Evangelisti, tre sono i Profeti, due i Testamenti Vecchi, un solo Ges Cristo, in casa Emanuele, evviva questo regno e sempre sia laud.

Ton, ton. - Chi picchia?

- Amici, amici son le nove.

- Nove i cori degli angeli, otto i libri di Mos, sette le lampade di Betlemme, sei le strade che vanno a Gerusalemme, cinque le piaghe del Signore, quattro gli Evangelisti, tre sono i Profeti, due i Testamenti Vecchi, un solo Ges Cristo, in casa Emanuele, evviva questo regno e sempre sia laud.

Ton, ton. - Chi picchia?

- Amici, amici son le dieci.

- Dieci i Comandamenti del Signore, nove i cori degli angeli, otto i libri di Mos, sette le lampade di Betlemme, sei le strade che vanno a Gerusalemme, cinque le piaghe del Signore, quattro gli Evangelisti, tre sono o Profeti, due i Testamenti Vecchi, un solo Ges Cristo, in casa Emanuele, evviva questo regno e sempre sia laud.

Ton, ton. - Chi picchia?

- Amici, amici son le undici.

- Undicimila verginelle, dieci i Comandamenti del Signore, nove i cori degli angeli, otto i libri di Mos, sette le lampade di Betlemme, sei le strade che vanno a Gerusalemme, cinque le piaghe del Signore, quattro gli Evangelisti, tre sono i Profeti, due i Testamenti Vecchi, un solo Ges Cristo, in casa Emanuele, evviva questo regno e sempre sia laud.

Ton, ton. - Chi picchia?

- Amici, amici son le dodici.

- Dodici gli Apostoli del Signore, undicimila verginelle, dieci i Comandamenti del Signore, nove i cori degli angeli, otto i libri di Mos, sette le lampade di Betlemme, sei le strade che vanno a Gerusalemme, cinque le piaghe del Signore, quattro gli Evangelisti, tre sono i Profeti, due i Testamenti Vecchi, un solo Ges Cristo, in casa Emanuele, evviva questo regno e sempre sia laud.

Ton, ton. - Chi picchia?

- Amici, amici son le tredici.

- Con i dodici ti ho pagato, vattene che sei dannato.

- San Bartolomeo, San Bartolomeo, non ho mai potuto fare un piccolo bucato che tu non gli abbia messo una piccola pezza!

Diceva mia mamma: Sono andata a Roma per il Giubileo

dal Papa sono andata a confessarmi,

la prima cosa che ebbe a dirmi

mi chiese se facevo l’amore.

Gli risposi “Padre, signors al mio paese fanno tutti cos”

Mi disse “Ragazza beata

se non la smetti sarai dannata”

Mi disse “Ragazza di Dio,

fallo l’amore, che l’ho fatto anch’io”.

Lazzarino di Francia

che sale per la Lanza

per la Lanza e per i pini

chiamando san Martino

san Martino non c’era

c’era Diana

che suonava la campana

la campana era rotta

tre donzelle c’erano sotto:

una filava

l’altra annaspava

una faceva i cappelli di paglia

per mandarli alla battaglia

la battaglia di San Michele

era giusta e ben pesata

e beato chi lo sar.

morta la mia vecchia moglie

ho sposato una giovanetta

Gli ho detto di farmi il letto

mi ha risposto brutto vecchio

gli ho detto di scopare la casa

mi ha risposto vattene in l

gli ho detto di cuocere la cena

mi ha tirato la catena

gli ho detto di cuocermi la focaccia

mi ha tirato la lastra.

 

Esmeralda, dalla voce calda e ridente, racconta:

 

Una formica and al forno,

scarabeo gli v dintorno.

Scarabeo dove vai?

Gamba bianca voglio toccare.

Gamba bianca non toccherai

finch sposa non mi avrai.

Te l’ho detto, vecchia barca

di non partire di sera,

ti hanno rotto la ciminiera

e la nave non parte pi.

La zoppa di Codeglia

l’hanno portata a Montenero

quando arrivata a Lemmen

l’hanno gettata nel canale.

Aveva un ombrellino

che si rotto in tre pezzi

quando arrivata alla Madonna

faceva il verso agli zoppi.

Bertolino, non fare il ricco

hai portato in sette inverni

a Tramonti, uno stoccafisso.

Mi sono innamorato di due sorelle

dell’una o dell’altra non so chi scegliere

una mi sembra un poco pi bella

dall’altra non mi posso allontanare

la Caterina mi sembra pi fine

ma lo spasso del mio cuore la Marina.

 

 

 

 

 

Maria

 

Maria della Ricciola del 1912. Ne avrebbe tante cose da raccontare...! rimasta vedova che era giovane e ha vissuto con ci che le dava Tramonti: i cestini d’uva da tavola, asparagne, violacciocche, che andava a vendere alla Spezia e poi puliva nei vigneti, zappava e faceva tutti i lavori nelle terre. Una vita di fatiche...

 

- Quando arrivava il carbone, che eravamo qui a Tramonti... con il mio Candido sono stata fidanzata sei anni... e vedeva arrivare la nave... sai quelle navi da demolizione... era l che dall’allegria mangiava...: - Stasera mangio pi contento, diceva...

- Andava al carbone...?

- Alla demolizione, sai al porto. Quando arrivava quel tipo di navi l per un mese o due aveva il lavoro, poi magari restava disoccupato un anno, Giancarlo, ma bisogna mangiare ogni giorno. Non era mica soltanto mio marito, che faceva quella vita.

- Allora c’era Tramonti e si davano da fare un po’ a Tramonti.

- A Tramonti, lui si adattava a fare di tutto: era buono a fare i muri a secco, era buono a zappare... aveva due mani d’oro.

- Anche nelle cave andava a quell’epoca

- Anche nelle cave, si. Il nonno nelle cave ha fatto la vita.

- Allora vostro padre ha sempre fatto il cavatore.

- Sempre lo scalpellino.

- stato anche in Arsenale ma c’era stato poco.

- Da quando aveva dodici anni a quando ha smesso di lavorare. Mio fratello andava a scuola, Giancarlo, e a scuola non imparava, voleva persino picchiare la maestra, un giorno... lui che non ha nemmeno il coraggio di... e mio padre gli disse: “Stai a sentire, ora te la canto...”, mio padre era serio, severo, “vuoi andare a scuola o nella cava?”.

Lui era nella cava Schiappacasse e al mattino doveva salire Vallicella... all’inverno, sai, con quel freddo. - Nella cava, nella cava... Allora lo portava su tutte le mattine: gli faceva indossare una giacchetta delle sue che gli arrivava ai piedi, andava lass e stava tutto il giorno l a lavorare a una piccola pietra, poi lo aiutava un poco anche mio padre. Gli volevano bene tutti, a mio padre, perch aiutava tutti passando loro le pietre ben capezzate (ritagliate), al Pinetu, al Lu di Tabaciu... e quelli dicevano: “aiutiamo Emilio, cos quando Agostino capezza (ritaglia) i tacchi ce li aggiusta meglio e noi li rifiniamo prima”. Ha fatto la vita sempre nelle cave.

- E laggi in Argentina cosa faceva?

- Nelle cave.

- Anche in Argentina?

- Si, sempre. Adesso non lavora pi.

- Sai, io a Biassa, ho gli stipiti...

 

 

 

 

Quando la vita era pi semplice e non c’erano uomini in divisa che in televisione prevedevano il tempo, la gente seguiva ci che gli avevano insegnato i vecchi. Per conoscere le previsioni del tempo bastava che si affacciassero alla finestra e guardassero verso il Parodi: se aveva il “cappello” entro poco sarebbe piovuto. Se vedevano che le nuvole andavano verso il monte, ritornavano a letto, se andavano verso il mare, andavano a zappare; se i gabbiani stridevano era prevista acqua e se si dirigevano verso la Palmaria, c’era la certezza della pioggia per l’indomani. Si servivano anche dei proverbi che, con poche parole in rima, spiegavano tutto.

La burrasca del mattino

porta il sereno; La brinata non bugiarda

chiama sempre neve o acqua; Se vuoi vedere il tempo fino

maestrale alla sere e levanto al mattino.

Conoscevano le previsioni del tempo con molto anticipo perch:

Natale nel tizzone Pasqua sul balcone;

e: Se marzo non fa i capricci
aprile fa pensare male... e tanti altri.

Cosa volete, i tempi sono cambiati e per farli tornare come prima, non servono n dottori n chirurghi.

Sono messe dette e vesperi cantati... .


angelo